Con Nicola Fratoianni, portavoce nazionale di Sinistra Italiana e deputato di LeU, Il Riformista prosegue il confronto a sinistra aperto da un articolo dell’ex presidente della Camera Fausto Bertinotti.

Sostiene Bertinotti: «Solo lo scioglimento del Pd potrebbe aprire a tutti i riformismi e a tutti i riformisti la via di una costituente per un nuovo soggetto politico». È una “provocazione” o è una strada obbligata da seguire?
Credo che innanzitutto quella di Fausto sia una “provocazione” e insieme un elemento di riflessione su una condizione irrisolta della politica italiana che va avanti ormai da molti anni. Non sono mai stato nel Partito democratico, non l’ho mai frequentato e dunque con più difficoltà rispondo a una “provocazione” che avanza una proposta innanzitutto al Pd. E tuttavia m’interessa una discussione, appunto, su quello che io vedo come un nodo irrisolto, in primo luogo tra la vocazione maggioritaria che il Pd ha dichiarato fin dalla sua nascita e la sua obiettiva incapacità di rappresentare l’intero spazio politico di quello che è stato, molte volte peraltro in modo alquanto ambiguo, chiamato riformismo, progressismo nel nostro Paese. Che oggi il Pd resti il perno fondamentale di un campo progressista, democratico, in grado di porsi come argine alle destre, e però non in grado di rappresentare da solo una forza sufficiente per costruire questa alternativa né di costruire efficacemente una coalizione capace di farlo, mi sembra un dato difficilmente contestabile.

Il problema che pone Bertinotti investe anche ciò che si muove a sinistra del Pd. Perché quella di cui lei è uno dei protagonisti, è anche una storia di scissioni, di difficoltà di ricomposizione di un soggetto politico unitario.
Non c’è dubbio. La sinistra che è stata spesso nominata, in modo un po’ dispregiativo, come sinistra radicale, -confondendo la radicalità necessaria ad affrontare le sfide del nostro tempo, le contraddizioni del mondo in cui viviamo e che la pandemia ha peraltro ulteriormente disvelato e accentuato, con una sorta di radicalismo identitario e autoreferenziale- vive oggi una crisi evidente. È una crisi di rappresentanza, di identità, è una crisi di massa critica dentro una condizione di frammentazione che è diventata insopportabile agli occhi degli elettori, delle elettrici, di quelli che vorremmo rappresentare, ed è insopportabile perfino per chi la frequenta la sinistra politica di questo Paese, per me innanzitutto. È un problema molto grande, ma continua, per quel che vedo, a non essere risolto dalla proposta del Pd. E questo perché mi pare che il Pd continui ad aggirare alcune questioni fondamentali che riguardano la natura e le contraddizioni del tempo che stiamo vivendo, e dunque una proposta politica, che pure in modo articolato e plurale, sia in grado di affrontare in maniera efficace. Siamo dentro a una sorta di cortocircuito, perché quella proposta e quel partito sono dentro questa condizione, e da questa parte del campo politico, però, fatica drammaticamente ad emergere e a ricostruirsi una proposta che sia minimamente a livello della sfida che abbiamo davanti.

C’è chi sostiene, anche nel dibattito avviato da questo giornale, che la sinistra è malata di “governismo”. Il governo non più come strumento ma come fine.
Penso che sia vero. Vorrei però approfondire che cosa significa, il rischio altrimenti è di liquidare questa questione molto seria, con una sorta di giudizio etico-morale nei confronti delle classi dirigenti, come se il tema fosse il potere per il potere, il gusto del governo come pura “comfort zone” nella quale collocare le proprie ambizioni, personali, collettive, l’esercizio della propria iniziativa. Francamente non credo che sia questo il problema principale, naturalmente può esserci anche questo, ma certamente non solo il PD ma potenzialmente tutti gli attori e le attrici della politica-politica. A me pare che questo nodo abbia invece un contenuto molto serio e fondato, quando ad un certo punto misura la rinuncia alla politica, al governo, al potere, come strumento di trasformazione radicale della realtà e l’idea che il governo sia in fondo l’esercizio quotidiano di un tentativo di mettere in equilibrio tra loro interessi diversi, di assommare l’una all’altra quelle che abbiamo chiamato, nella migliore delle ipotesi naturalmente, le “buone politiche”. A un certo punto nel linguaggio pubblico le “buone politiche” hanno sostituito la politica, vale per l’amministrazione, vale anche per il governo, come se le buone pratiche, l’efficienza, fossero di per sé sufficienti. È la stessa discussione che a un certo punto ha portato al suo centro il nodo delle competenze, e con questo il nodo dei tecnici che governano in nome di un sapere, che però si pone separato dalla politica come luogo di elaborazione collettivo, in cui si produce cultura e in cui la cultura serve come leva di immaginazione e di trasformazione della realtà. È una dinamica che è andata di pari passo con la rimozione, quasi definitiva, del conflitto dallo spazio della politica. Eppure il conflitto c’è, solo che hanno continuato ad agirlo nella società soltanto alcuni, mentre ha smesso di farlo, almeno in maniera sufficiente, quell’area della sinistra politica riformista, moderata, ognuno può usare il termine che più preferisce, ma non è questo il punto, ha smesso di farlo una certa idea del cosiddetto centrosinistra di governo.

Ormai si scrive e si dice in ogni dove, che nulla sarà più come prima dopo la crisi pandemica globale. Dal tuo punto di vista e dalla sua collocazione politica e ideale, come si dovrebbe tradurre questa affermazione? Il dibattito sembra oggi ruotare attorno a lockdown sì lockdown no, lockdown nì…
È il gigantesco tema che abbiamo di fronte. Questo nodo del nulla sarà più come prima rischia di diventare il terreno di una gigantesca operazione retorica. Perché è vero che il virus cambia tutto, il problema è in quale direzione muove questo cambiamento. Il cambiamento non è un fatto neutro, come non lo è la politica, come non lo è il governo, per tornare al punto di prima. Il rischio che questo cambiamento muova in una direzione regressiva invece che in una direzione progressiva è molto grande. Faccio un esempio: dobbiamo tornare a quello che c’era prima? Quando nel linguaggio pubblico l’obiettivo sembra essere il ritorno alla normalità, a me si rizzano i capelli, perché credo che la normalità sia una parte decisiva del problema. Lo sia sul fronte dei diritti che non sono garantiti, come quelli alla salute, come al lavoro, alla cittadinanza, al reddito, ma anche il ritorno ad una normalità nella quale il capitalismo, per come oggi si organizza e funziona, produce una parte significativa della sua opera di accumulazione del valore direttamente nella vita delle persone. E io penso questo sia in fondo il nodo cruciale che abbiamo davanti, sia per rispondere alla crisi che la pandemia ha drammaticamente accentuato, ma anche per immaginare una costruzione nuova, perché questo è il terreno su cui è possibile provare a fare in modo che il “niente sarà più come prima” corrisponda a “il futuro sarà migliore di quello che avevamo prima”. Discutiamo del lavoro: penso che di fronte alle emergenze che la pandemia ha accentuato, ma anche alle tendenze che già erano presenti, come quelle legate alla rivoluzione digitale, all’innovazione tecnologica, torna, potente, la questione della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, di un diverso modo di organizzare il rapporto tra il tempo della vita e il tempo del lavoro. Torna il tema del diritto al reddito, che non può essere confuso con le politiche attive del lavoro né con quella formula liquidatoria, un po’ dispregiativa, del “divano”, a cui anche tanta parte delle classi dirigenti di sinistra ogni tanto cedono; l’idea per cui se tu hai un reddito devi andare a lavorare in campagna perché devi in qualche modo restituire quel che ti è stato dato, come se quel che ti è stato dato non fosse il diritto ad una condizione di dignità e di cittadinanza che andrebbe garantito a chi non per colpa sua vive una condizione di marginalità. L’idea che la povertà non sia una colpa, ma che sia il frutto di rapporti di potere ineguali. In fondo la nuova Confindustria di Bonomi la sua partita la fa in chiaro.

È quella che chiama “Sussidistan” ciò che muove nella direzione di garantire dignità a chi non arriva alla fine del mese, mentre chiama “contributi allo sviluppo” i sussidi ben più rilevanti di quantità che arrivano al sistema delle grandi imprese. È quella che chiede ancora più flessibilità nelle tutele e meno diritti, perché immagina che quei rapporti di potere debbano essere ulteriormente sbilanciati. A ciò aggiungo che la pandemia accentua, se è possibile, ancora di più la velocità con cui cresce la forbice nella distribuzione ineguale della ricchezza. In Italia i mega miliardari sono diventati ancora più ricchi, e credo non solo in Italia, durante la pandemia, mentre milioni di persone non solo scivolano in una condizione difficile sul terreno della sussistenza ma vedono chiudere le loro attività: parliamo non soltanto di lavoratori, di precari, delle figure deboli per definizione, ma anche di tante piccole imprese, dii commercianti. Ma dovremmo allargare lo sguardo su quello che accade al pianeta, all’ambiente, al clima. Attorno a questi nodi si gioca il futuro. E questo vale per tutti, per la sinistra nella quale io milito, vale per il Partito Democratico. Certo, se ci fosse una proposta che mette al centro della discussione questi nodi, e magari l’interpreta o costruisce le condizioni perché possano essere interpretati anche da punti di vista diversi, sarebbe interessante. A me pare che questa sia la questione che, se non ho letto male, pone in qualche modo anche Bertinotti.