Presidente della Fondazione Italianieuropei, già presidente del Consiglio, ministro degli Esteri e molto altro ancora nella sua lunga vita politica, Massimo D’Alema ha rilasciato al nostro giornale molto più di un’intervista. La sua è una riflessione sul mondo all’epoca della pandemia e le ragioni che hanno reso l’Occidente l’epicentro della crisi, ma anche sugli errori e il futuro della sinistra, le cause del fallimento del Partito democratico e la necessità di ricostruire un partito «iniziando da una discussione seria sull’identità di una forza della sinistra democratica oggi».

Paura, rabbia, un’incertezza sul futuro che si fa sempre più angosciante. Sono questi i sentimenti che prevalgono dentro una crisi pandemica che non vede fine. Le chiedo: una sinistra che ha assunto responsabilità di Governo, può accettare che salute e libertà siano in antitesi e ridurre l’esplosione del malessere sociale a un problema di ordine pubblico?
In questo momento la difesa della vita umana è la priorità, sopra ogni altra cosa, anche se questo comporta una dolorosa accettazione di una serie di limitazioni. D’altro canto, la maggioranza dei cittadini è favorevole a questo. Siamo in un regime democratico, e io ho letto che il 36% della popolazione è critica delle misure del Governo perché le considera troppo blande, e solo il 25% le ritiene troppo severe. Siamo in una situazione in cui le persone hanno paura e quando le persone hanno paura le istituzioni devono offrire sicurezza. Determinate rinunce appaiono inevitabili, naturalmente purché siano limitate nel tempo, si eserciti un controllo da parte del Parlamento e dell’opinione pubblica attraverso i mezzi d’informazione. La democrazia deve continuare a funzionare. Il problema vero è che questa esperienza deve essere l’occasione di un cambiamento. Le crisi, è una frase che viene ripetuta spesso, devono essere colte come occasione di cambiamento. Ne abbiamo vissute due grandissime del modello della globalizzazione senza regole: una è stata quella finanziaria del 2008 e poi questa. In realtà, alla crisi del 2008 che doveva imporre un cambiamento, la risposta non è stata adeguatamente coraggiosa. C’è stata una capacità di resistenza, una pervicacia del modello neoliberista che è riuscito a spingersi oltre la propria manifesta insostenibilità. Oggi questo appare per molti aspetti ancora più evidente, nel senso che una società di individui, in cui vengono meno tutte le reti di solidarietà, di coesione, è una società più fragile. Ci dobbiamo domandare perché l’Occidente è diventato l’epicentro di questa crisi, mentre una parte dell’Asia ha retto meglio, e non solo perché sono regimi autoritari, ma perché sono società più coese, nelle quali il legame tra le persone è più forte. Il modello individualistico che ha prevalso nelle società occidentali le ha rese più fragili. La nuova crescita che dovrà interessare il mondo, sarà una crescita in cui alcuni fattori, a partire dalla salute, avranno un peso enorme, saranno il volano della crescita, nel senso che la ricerca e l’industria, dovranno orientarsi a dare risposte a bisogni umani collettivi. Il modello capitalistico imperante negli ultimi trent’anni ha considerato la sanità pubblica come una spesa che ci si poteva permettere in una misura sempre più limitata. Una spesa che in qualche modo era un peso rispetto alle politiche di sviluppo. Oggi, invece, appare evidente che questa è una pre-condizione della crescita economica. Tornano di stringente attualità valori, idee che sono appartenuti al periodo d’oro della sinistra europea, quello del welfare, dello Stato sociale. Io non penso che si possa tornare agli anni’50-60 del secolo scorso, tuttavia si aprono due questioni: come si riorganizza una presenza pubblica nell’economia e in che modo i grandi beni comuni tornano ad essere considerati non delle spese ma fattori trainanti dell’economia. In secondo luogo la pandemia ha fatto compiere un salto di qualità alla sensibilità diffusa per le esigenze della sostenibilità ambientale.

Perché?
Perché nella convinzione di moltissime persone c’è un nesso tra inquinamento e pandemia. Diverse analisi dimostrano che la propensione verso il prodotto naturale, biologico, abbia avuto una crescita esponenziale, e questo perché per una parte larga dell’opinione pubblica c’è, per l’appunto, una connessione tra il virus, l’inquinamento ambientale e la distruzione dell’ambiente. D’altro canto anche le scelte della Commissione europea rendono irreversibile la necessità di una svolta verso la green economy. E un’operazione di riconversione di una tale portata non può essere affidata soltanto alla logica di mercato.

Questo pone una grande questione che riassumerei così: ma esiste oggi un pensiero, oltre che un’organizzazione, di sinistra in grado di affrontare sfide quali quelle che lei ha delineato?
Il pensiero direi ampiamente di sì. Oramai si è affermata l’idea che si debba arrivare ad una riforma del capitalismo globale perché la crescita economica torni ad essere compatibile con la democrazia, un ragionevole grado di uguaglianza tra le persone, e la salvaguardia dell’ambiente naturale. Questo richiede un maggiore equilibrio tra il ruolo dello Stato e il mercato; un nuovo patto tra pubblico e privato, è un pensiero presente da alcuni anni nella letteratura corrente, ma filtra poco in politica. In realtà la crisi del modello neoliberista ha trovato più una risposta nel campo populista, nazionalista, che non nella sinistra democratica…

Perché?
Perché quel campo ha dato risposta ad un problema reale, che era quello di riguadagnare sovranità rispetto al dominio del mercato. Quel fronte ha, però, declinato la sovranità in chiave nazionalistica in particolare nella tradizione europea e occidentale. Dall’altra parte, la sinistra democratica e, allargando l’orizzonte, le forze liberali, non sono riuscite a portare la politica al livello della globalità dei processi economici attraverso lo sviluppo delle istituzioni internazionali. Solo ora, nel vivo di questa crisi, un elemento di risposta progressista è venuta dalle politiche europee che, per la prima volta, hanno fatto un salto di qualità nell’integrazione politica. Nel momento in cui si decide di finanziare il Recovery fund attraverso la creazione di un debito europeo, si fa una scelta politica, una scelta di sovranismo europeo. C’è uno scatto, si apre una opportunità, vedremo se ci sarà la forza per continuare su questa strada evitando che, finita l’emergenza, qualcuno voglia tornare alle politiche di austerità. Ma certamente sono avvenuti due fatti importanti: una svolta in senso “keynesiano” e un’affermazione di sovranità europea. Non è un caso che in questo momento il sovranismo in Europa sia in difficoltà, perché la declinazione a destra della critica anti liberista, contro l’Europa adesso funziona meno. C’è una maggiore consapevolezza nelle classi dirigenti, anche in Italia, ovvero che l’Europa è il nostro destino. Non esiste alcuna prospettiva per un Paese come il nostro fuori dall’integrazione europea. Persino la destra in Italia si ripropone il problema di costruire un suo rapporto con l’Europa, tanto è vero che nella destra guadagna consensi quella componente più politica e meno populista. Appare evidente che la pura demagogia antieuropea non abbia alcuna prospettiva. In questo scenario, secondo me c’è lo spazio per una sinistra democratica che torni ad esercitare il suo ruolo. Molti dei temi che tornano obiettivamente attuali, sono temi che appartengono, infatti a quella tradizione, in particolare del nostro continente. Sarà una battaglia dura. È chiaro che il destino della sinistra europea cambierà anche a seconda di come si concluderanno le elezioni americane…

Tema caldissimo, a pochi giorni ormai dal voto, il 3 novembre. Biden ha la vittoria in tasca?
A me francamente queste elezioni sembrano molto più aperte, incerte nell’esito, di quanto non poteva sembrare, anche per la particolarità del sistema elettorale americano. La sicura e larga prevalenza dei Democratici nelle aree che conosciamo non sembra essere in discussione. Ma questa è l’America che noi conosciamo. Quando tu pensi agli Stati Uniti, pensi a New York, alla California, questa è la parte che voterà largamente per Joe Biden ma potrebbe non essere sufficiente se Trump riuscirà a rimettere in campo un’America profonda, in cui persino l’appello vagamente razzista al primato dell’America bianca può mobilitare un pezzo di elettorato. La diffusa convinzione che i sistemi maggioritari portano ad un’omologazione delle forze, non è così scontata; mai come questa volta la radicalizzazione ha marcato il terreno. Ciò nonostante nessuno dei due contendenti ha offerto una risposta vera al grande tema della crisi americana, della crisi dell’Occidente e di come quest’ultimo ridefinisce il suo rapporto con il resto del mondo. Tema che in questo momento neanche la sinistra europea affronta.

Con quali ripercussioni?
In questo momento siamo nella seguente condizione: guerra commerciale, lotta alla crescita cinese, con danni gravissimi perché un ritardo nell’adozione del 5G porterà ad un ritardo nello sviluppo della competitività delle nostre imprese. Siamo nel campo dell’assoluta stupidità, quando uno pur di fare del male agli altri fa del male anche a se stesso. E ancora, sanzioni contro la Russia, sanzioni contro l’Iran e conflitto crescente con la Turchia, che vuol dire che l’Occidente è in conflitto con tutti e due i mondi islamici, sia quello sciita che quello sunnita. Praticamente in questo momento siamo in conflitto con tutto il mondo. Può essere questa una prospettiva? Ovviamente no, bisogna ricostruire un tessuto di relazioni internazionali, di regole condivise. Vorrei usare un concetto antico: tornare ad avere una strategia della coesistenza pacifica. La sfida è quella di ricostruire un tessuto di rapporti, di relazioni umane. È il tema affrontato, non a caso secondo me, nell’ultima Enciclica di Papa Francesco che rappresenta un punto di vista illuminante. Enciclica che è stata accolta con molta freddezza nel mondo occidentale, ma che io credo accenda una luce nella direzione giusta.

Lei prima parlava del destino della sinistra europea e occidentale. La vorrei portare ora sul destino del progressismo italiano, del quale il Partito democratico rappresenta gran parte. Tredici anni dopo la sua nascita, che bilancio trae di questa esperienza della quale è stato tra gli artefici?
La scelta, compiuta dal gruppo dirigente del Partito democratico e dall’altra parte della sinistra, tra cui Articolo I di cui io sono un militante di base, di dare vita a questo Governo è stata una scelta giusta, coraggiosa, inevitabile direi. Bisognava avviare una collaborazione con i 5 Stelle, non soltanto perché una parte significativa del nostro elettorato era andato lì, ma anche perché bisognava evitare la saldatura tra il populismo della destra e quello dei 5 Stelle. Era un errore politico, un errore strategico, quello che fu compiuto all’inizio della legislatura, l’ultimo di una lunga catena. Avere corretto questo errore, avere fatto la scelta di costituire questo Governo, portarne con senso di responsabilità buona parte del peso, avere retto la sfida delle elezioni regionali in una situazione chiaramente anomala, è stato molto difficile, ma tutto è stato affrontato con dignità e senso di responsabilità. Non mi unisco al coro dei critici: va riconosciuto a Nicola Zingaretti, al gruppo dirigente del Pd e, per parte nostra, a Roberto Speranza, di avere retto in una situazione estremamente complessa. In particolare, per quanto riguarda Roberto, credo che trovarsi a fare il Ministro della Sanità in questa bufera non sia affatto un’esperienza facile. È chiaro però che non basta, bisogna spingere lo sguardo oltre l’emergenza. Il campo della sinistra democratica, del centrosinistra, appare oggi frantumato: c’è il Pd e poi una varietà di partiti, partitini e raggruppamenti. Quest’area è potenzialmente un terzo del paese. Occorre una forza politica che la rappresenti. La questione si coniuga con quella della riforma elettorale. La scelta, sostenuta dal Pd, del sistema tedesco, cioè di un proporzionale con lo sbarramento al 5%, non si configura solo come un’opzione di sistema elettorale, si tratta di una scelta politica. Optare per il sistema proporzionale tedesco significa aprire la prospettiva ad un sistema politico fondato principalmente sui partiti; si riduce il tasso di presidenzialismo, oggi molto presente nel quadro politico elettorale italiano perché le coalizioni si formano soprattutto attorno al leader. Questo determina l’esigenza di ricostruire un grande partito della sinistra che oggi non c’è. Quella del Pd appare oggi un’esperienza non riuscita, così come gli altri tentativi di costruire esperienza politiche esterne o contrapposte al Pd. Con onestà bisogna dire che non ce l’abbiamo fatta, c’è bisogno di una nuova forza.

Secondo lei il Pd ha fallito perché non ha mantenuto la sua ispirazione originaria?
Penso che proprio l’ispirazione originaria fosse sbagliata. È questo il punto vero: l’idea di un partito post ideologico, programmatico, era un’idea sbagliata. È del tutto evidente che la crisi di oggi ha un contenuto così profondo, non solo economico ma che tocca il destino dell’uomo, delle persone, quindi c’è bisogno di una risposta ideologica. La destra è tornata ad essere forte perché ha messo in campo una risposta ideologica: il nazionalismo, l’etnocentrismo, lo scontro di civiltà con gli altri mondi. L’idea di un partito programmatico, post ideologico, non funziona perché non è adeguata allo spessore della crisi che stiamo vivendo. Un partito deve avere una visione del mondo, un’idea di futuro. È questo il senso che io attribuisco alla parola Ideologia, in questo senso indispensabile. E ancora, un partito aperto, un partito delle primarie, l’idea di americanizzazione della politica non funziona; il partito delle primarie è un partito che rinuncia a formare la classe dirigente, cioè rinuncia ad una sua funzione fondamentale. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Quali?
Paradossali. Nel momento in cui tu dici di aprire alla società civile, il primo effetto è che si restringe drammaticamente la parte di società che viene rappresentata, perché diventa soltanto un ceto medio senza mestiere quello che si affida alle primarie. Infatti il ceto alto, intellettuale ed economico, non è interessato alla politica, quello basso non ci arriva, perché l’operaio non ha i mezzi per organizzare le primarie. Un partito di questo tipo non ha militanti, perché dovresti iscriverti a un partito in cui non hai neppure il diritto di eleggere il segretario? E un partito che si organizza intorno a comitati elettorali, perché poi il meccanismo delle primarie assomiglia molto a quello delle preferenze, è del tutto simile e quindi innesca forme di tipo amicale, nella migliore delle ipotesi, o clientelare di organizzazione del consenso. Manca il collante ideologico, quello organizzativo, si ha una somma di potentati di tipo personale. Tutto questo non funziona, denota una estrema fragilità. Occorre ricostruire un partito partendo dai valori, dalle idee, dal nucleo ideologico che caratterizza la sinistra riformista. Bisogna ri-costruire un partito, in cui si fanno le tessere, in cui per essere iscritti bisogna essere presentati da altri iscritti e quindi essere riconosciuti come persone perbene, in cui si forma la classe dirigente, in cui un iscritto ha una serie di diritti importanti a cui devono corrispondere dei doveri, compreso il fatto che uno deve contribuire all’attività del partito pagando la tessera in proporzione al proprio reddito individuale.

È pensabile oggi un partito del genere?
Quando ero responsabile organizzazione del Pci, uno dei compiti più significativi che ho avuto nella mia vita, il partito aveva quasi 2 milioni di iscritti. Oggi se ne possono fare 100mila, 150mila? Benissimo, è un punto da cui partire, a patto che siano veri, però. Bisogna ri-costruire un partito iniziando da una discussione seria sull’identità di una forza della sinistra democratica oggi. Nell’intuizione del Partito democratico c’è una cosa che va assolutamente mantenuta e che più che mai è significativa oggi: l’unità della tradizione socialista e di quella cattolica. La cesura non è lì. Anzi oggi per certi aspetti, la critica del capitalismo contemporaneo che si esprime in una parte del mondo cattolico è molto più coraggiosa e avanzata rispetto a quella della sinistra tradizionale. Non riesco ad immaginare una nuova sinistra che non assuma come propria l’idea di solidarietà umana e di fraternità che viene proposta nell’ultima Enciclica di Papa Francesco. Bisogna fare i conti con gli effetti che la lunga egemonia dell’antipolitica ha avuto. Paradossalmente, la destra, superando la stagione del berlusconismo ne sta uscendo. Hanno ricostruito dei partiti. Ad esempio, in queste campagne elettorali regionali, nel Mezzogiorno in particolare, da una parte c’erano alleanze di partiti e dall’altra c’erano dei candidati presidenti, bravi, che hanno anche vinto, ma attorno ai quali c’erano delle variopinte coalizioni, liste civiche, con un impianto tipicamente presidenzialistico. Il centro sinistra non può essere questa specie di “Biancaneve e i sette nani”, non funzionerà mai, significa decidere di consegnare il Paese alla destra.

In questi giorni stanno montando molte critiche all’operato del Governo, anche all’interno della stessa maggioranza, lei cosa pensa?
Nell’esprimere il riconoscimento ad un gruppo dirigente che sta reggendo una situazione difficilissima, io non mi unisco alle voci critiche. Il Governo ha fatto bene alcune cose, meno bene altre. Si potrebbe approfondire l’analisi. Ma tutto sommato se si guarda alla realtà del mondo in questa crisi, bisogna riconoscere che Conte e il Governo italiano si sono mossi meglio della media. E poi soprattutto, e in questo parla l’acquisita saggezza di un uomo di Stato in pensione come sono attualmente, in un momento così difficile, quando un Governo non ha alternative, perché questa è la realtà attuale dell’Italia, il dovere di un cittadino responsabile è quello di aiutarlo e non di sparargli addosso. Soprattutto chi ha avuto responsabilità pubbliche ha un particolare dovere di lealtà nei confronti del Paese e dello Stato.