Il prossimo 27 ottobre gli israeliani saranno chiamati alle urne per le prime elezioni politiche dopo il tentativo genocidiario di Hamas del 7 ottobre 2023. Sarà un appuntamento legato a quella tragedia e ai tre anni di guerra che ne sono seguiti. La domanda che attraversa la società israeliana riguarda la sicurezza del Paese, ma anche la capacità di affrontare un mondo che ha voltato le spalle allo Stato ebraico.

La commemorazione del 7 ottobre appena trascorso è stata la prima senza ostaggi a Gaza, ma non per questo meno dolorosa. Il cessate il fuoco resta fragile, mentre l’IDF dà la caccia ai terroristi ancora in fuga che parteciparono alla carneficina. A tre anni di distanza, l’anniversario è stato uno dei più difficili per la popolazione israeliana. L’adrenalina della guerra e la necessità di difendere la sopravvivenza di Israele avevano lasciato poco spazio a una presa di coscienza collettiva del trauma. Nell’emergenza, lo Stato ebraico trova energie impensabili, ma quando l’urgenza si attenua emerge il peso di quanto accaduto.

A questo si aggiunge l’antisemitismo mondiale che, anziché scemare, continua a crescere, alimentato da menzogne sempre più laceranti. Si pensava a un’ubriacatura momentanea della società occidentale, ma così non è stato. In Israele, a destra, al centro e a sinistra, si è compreso che bisognerà cavarsela da soli. Coloro con cui si dovrebbero condividere valori etici e culturali hanno voltato le spalle a Israele e agli ebrei, in nome di un antisionismo che somiglia sempre più a un antisemitismo militante e ci riporta indietro di ottant’anni. Le nuove generazioni israeliane hanno sperimentato boicottaggi e ostilità all’estero, fino a dover nascondere la propria provenienza o non parlare ebraico. Dopo aver combattuto su sette fronti, hanno preso coscienza dell’ottavo, quello dell’opinione pubblica internazionale, forse il più insidioso perché coinvolge anche Paesi che dovrebbero essere vicini a Israele.

È anche su questo terreno che si misurerà il prossimo governo. Le elezioni del 27 ottobre non riguarderanno soltanto il bilancio della guerra e le responsabilità per il 7 ottobre, ma anche la capacità di difendere Israele sul campo della comunicazione. L’ondata anti-israeliana non è temporanea e va contrastata, senza rassegnarsi all’idea che il mondo sia interamente contro lo Stato ebraico. Occorre raggiungere chi non odia il popolo ebraico e cerca di farsi una propria opinione, offrendo strumenti per comprendere la realtà israeliana. Chiunque vinca dovrà proseguire questo processo appena iniziato: la lezione del 7 ottobre riguarda la sicurezza di Israele, ma anche la necessità di non lasciare che siano gli altri a raccontarne la storia.