Esteri
Israele non può ritirarsi dalla Siria e dal Libano: i miliziani di Hezbollah tornerebbero nelle basi
«Grazie Donald, ma anche no». Potrebbe aver risposto così il premier israeliano Netanyahu alla richiesta di Trump di far ripiegare le Israel Defence Forces dai territori siriano e libanese tuttora sotto il loro controllo. Dopo l’invito a non intervenire nella terza ondata di attacchi contro l’Iran, gli Usa alzano la posta. E mentre la prima richiesta ha una ragion d’essere strategica e un’utilità politica, per Gerusalemme, una ritirata è irricevibile. A tre mesi dal voto, una mossa del genere varrebbe il suicidio politico per Bibi. «Siria e Libano sono comunque due questioni diverse», dice Avraham Levine, dell’Alma Research and Education Center, di Kfar Vradim (Galilea occidentale). «Dalla Siria Israele potrebbe ritirarsi anche domani e mantenere lo stesso livello di sicurezza per gli abitanti delle Alture del Golan, naturalmente adottando le giuste misure».
I rapporti tra Stato ebraico e la Damasco post-Assad sono ancora in via interlocutoria. Sulla Siria pesa l’ombra della Turchia. Cosa che non può andar bene a Gerusalemme. D’altra parte, il nuovo leader siriano, Ahmad al-Shara, o al-Jolani, a seconda dei punti di vista, ha dimostrato una tale spregiudicatezza da poter dire che una normalizzazione delle relazioni sia plausibile. «È una scommessa, certo», aggiunge Levine. «Ma con l’adeguato lavoro e i negoziati impostati nella giusta maniera, credo che si possano ottenere buoni risultati».
In Siria è in corso una ristrutturazione delle forze armate. Nuove divisioni, nuovi territori di competenza, nuovi comandi tutti assegnati a veterani di al-Nusra. Manco a dirlo. «Tuttavia, se al-Sharaa dicesse di voler riportare Israele alla linea di confine precedente al controllo del regime di Assad, Israele potrebbe anche accettare, rinunciando alle posizioni conquistate dopo la caduta del dittatore». Sarebbe un do ut des all’insegna della concretezza.
Diverso è il caso del Libano. Ovvio. «Se Israele si ritirasse, non solo i civili sciiti tornerebbero nelle proprie abitazioni, ma anche i miliziani di Hezbollah», dice Levine. Chi ha visitato il quartier generale di Alma non può dimenticare i binocoli a disposizione nella briefing room per osservare le colline oltreconfine. Le postazioni di tiro del Partito di Dio, adesso abbandonate, sono più che vicine, sono attaccate ai centri abitati israeliani. «Sono molto contento che Israele e Libano stiano parlando. Credo che Beirut stia dicendo le cose giuste nei confronti di Hezbollah e dell’Iran. Ma penso anche che abbia ancora moltissimo da dimostrare sul piano delle azioni». La prima mossa sarebbe accompagnare alla frontiera l’ambasciatore iraniano, Mohammad Reza Sheibani. Che avrebbe dovuto lasciare il Paese a marzo. Invece è ancora a Beirut.
Dalle posizioni operative, le buone intenzioni del governo libanese e i negoziati in corso a Roma sono prese con le molle. Levine preferisce guardare la questione dal punto di vista pratico. Politica e analisi non sono pane per i suoi denti. Il Libano del Sud è stato bonificato da Hezbollah per mano delle Idf. «L’esercito libanese e Unifil hanno dimostrato di essere completamente inutili. Oggi come negli ultimi venticinque anni, hanno messo in fila un fallimento dopo l’altro. Le forze libanesi non hanno mezzi, risorse e, a mio avviso, neanche la sincera intenzione di contrastare Hezbollah». Come dargli torto? Stando all’Institute for National Security Studies (Inss), gli sciiti sarebbero il 30-60% dell’esercito regolare libanese. Un delta molto ampio, quindi attendibile il giusto. D’altra parte, il Libano non è un Paese per referendum.
«Ripiegando, ci troveremmo esattamente al punto di partenza». Ovvero alla notte tra il 6 e il 7 ottobre 2023, quando anche dal Libano del Sud sarebbe dovuto partire l’attacco in simultanea con quello di Hamas da Gaza. «Se così fosse stato, oggi non avremmo Israele». Lunedì Netanyahu sarà a Washington. Con questa richiesta rimbalzata al mittente, il bilaterale si prevede complesso. Mancano quattro giorni, però. Può succedere di tutto.
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