Il sasso era stato tirato quando la cerimonia conclusiva delle Olimpiadi era ancora in corso a Tokyo. «Ius soli per gli sportivi, non possiamo più permetterci di perdere tempo prezioso con talenti sportivi che non possiamo nazionalizzare perché non maggiorenni e ancora non aventi diritto alla cittadinanza italiana» ha detto il presidente del Coni Giovanni Malagò a cui prima o poi certe parti politiche dovranno chiedere scusa per il costante boicottaggio che negli ultimi anni è stato fatto in Italia. Ai Giochi, al Comitato Olimpico e allo sport. Annusata la tendenza, il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni ha subito stoppato: «Ius soli? Non se ne parla proprio, non serve».

Poi, nel giro di 24 ore il sassolino nello stagno, è diventato un’onda alta e possente. Perché dopo Malagò ha parlato la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese. Poche semplice e dirette parole: «Quello sollevato dal presidente del Coni, Giovanni Malagò è un tema che si pone e di cui dobbiamo ricordarci non solo quando i nostri atleti vincono delle medaglie». Intervistata dal direttore de La Stampa Massimo Giannini, la ministra – che è un tecnico – non ha avuto dubbi: «La politica dovrà fare i suoi riscontri e spero si arrivi presto ad una sintesi politica. È nostro dovere aiutare le seconde generazioni a farle sentire parte integrante della società». Due esempi, per tutti: Eseosa Fostine Desalu, il nigeriano nato a Casalmaggiore il 19 febbraio 1994, il terzo frazionista della 4×100, fino a 18 anni non ha potuto omologare i suoi record nelle bacheche italiane perché non aveva la cittadinanza. Lucio Zurlo, il maestro di pugilato che ha lanciato Irma Testa dalla sua palestra di Torre Annunziata, ha detto di avere un’altra “piccola Irma” nella sua palestra, già quasi pronta per andare alle Olimpiadi a Parigi nel 2024: solo che ha 13 anni, è marocchina e non farà in tempo ad avere la cittadinanza.

La lista dei casi è lunga e copre tante discipline sportive. Copre soprattutto il capitoli dei diritti negati per le tante seconde generazioni nate in Italia da genitori stranieri e che aspettano da anni di entrare a pieno titolo nella cittadinanza italiana anche prima dei 18 anni e senza dover sottostare ad iter burocratici assurdi. E disincentivanti. Parliamo di un milione e trentomila giovani stranieri che tra attese e burocrazia rischiano di finire in un limbo frustrante di diritti negati. Da cui possono nascere rabbia e rancore sociale. Fatto sta che lo ius soli, uscito dalla finestra del governo di unità nazionale per i No di Lega e Forza Italia al tentativo del segretario dem Enrico Letta, è tornato in agenda grazie alla forza di Olimpiadi stellari per le medaglie e le prime per il melting pot italiano. E se a Malagò («ho parlato di ius soli sportivo») ha risposto in molto piccato il sottosegretario Molteni («Malagò è stato maldestro»), alla ministra Lamorgese ha risposto a stretto giro Matteo Salvini.

«Invece di vaneggiare di ius soli visto che con la legge attuale siamo il paese europeo che negli ultimi anni ha concesso più cittadinanze in assoluto – ha tagliato corto il segretario della Lega – il ministro dell’Interno dovrebbe controllare chi entra illegalmente in Italia. Ci sono decine di migliaia di sbarchi organizzati dagli scafisti senza che il Viminale muova un dito». Lui, Salvini, il dito lo aveva mosso lasciando la gente a bagnomaria sulle navi delle Ong costrette a non avvicinarsi ai porti italiani. Più che una soluzione, una rimozione del problema. Così a settembre il Parlamento rischia di trovarsi nei guai non solo per green pass, giustizia, leggi per il mondo del lavoro e ddl Zan ma anche per la legge sulla cittadinanza.

Salvini-Lamorgese, ius soli Sì, ius soli No: e il rassicurante dualismo di sempre è di nuovo servito. Era necessario? Era indispensabile? La vita, la cronaca che ne è la rappresentazione, non fa mai calcoli politici. Le dinamiche anche politiche si mettono in moto per caso. Questa volta il detonatore sono stati i giochi olimpici più medagliati di sempre. Lasciando Tokyo, Malagò – che s’è ben guardato di dire un fiato sulle Olimpiadi “perse” da Roma e nei fatti consegnate a Parigi dal Movimento 5 Stelle – ha spiegato cosa sarebbe necessario adesso: «Sport a scuola e ius soli per gli sportivi». E poi, nel dettaglio: «Se noi aspettiamo che un ragazzo inizi la pratica per diventare italiano a 18 anni abbiano già perso. Lo condanniamo ad un iter burocratico infernale ed è già successo che ci abbiano fregato atleti in attesa». E poi investimenti sulla scuola dove non ci sono palestre, non si fa attività sportiva e molti professori ancora considerano chi la fa come un fastidio per il buon andamento della classe. Tutto questo ci butta in fondo alla classifica europea. Eppure queste Olimpiadi ci hanno issato sul tetto d’Europa.

Malagò e Lamorgese, pur avendo ottimi rapporti, non si sono parlati in questi giorni. Dunque, giusto per chiarire, l’appello del Presidente del Coni non era stato concordato con il successivo appello della ministra. Nessun asse tra i due, contrariamente a quello che può pensare chi individua non solo nei 5 Stelle ma anche nella Lega i “nemici” del Coni di Malagò. Molteni è stato tranchant tanto quanto Salvini di cui è la longa manu al Viminale. «Malagò è stato maldestro. Queste medaglie ci confermano che siamo nel giusto. Quella di Desalu è una storia bellissima, la storia di un italiano che ha deciso di diventarlo a 18 anni, ora ha vinto e sono molto orgoglioso di lui. La cittadinanza è uno status non un diritto, deve essere una scelta e non un automatismo».

Per Molteni, e per la Lega di governo, la legge del 2016 consente già ai minori stranieri di essere tesserati dalle federazioni sportive italiane. A 18 anni chiedono la cittadinanza e faranno parte della Nazionale. Eppure Molteni sa benissimo che nello sport 18 anni sono troppo tardi per iniziare un iter burocratico complesso come quello della cittadinanza. Per la Lega la legge del 1992 è ancora uno strumento molto utile che «non va modificato. Lo ius soli non passerà mai. E la Lega è la garanzia di ciò». Per Forza Italia, lo dicono il sottosegretario Debora Bergamini e il deputato Luca Squeri, occorre invece rimettere mano a quella legge, rendere l’iter più facile e nel caso parlare di ius culturae, cioè una cittadinanza acquisita dopo aver dimostrato di aver assimilato i principi cardine della cultura italiana.

Nicola Fratoianni (Sinistra Italiana), qualche giorno fa, ha rilanciato per primo il tema dello ius soli. Così, lungo un inedito asse Malagò- Lamorgese-Fratoianni, la cittadinanza per i giovani stranieri italiani torna sul tavolo. Nel 2015 la legge ebbe il via libera dalla Camera. Al Senato la maggioranza Pd non ebbe il coraggio di forzare la mano e portarla in aula. Esattamente quello che adesso invece promette di fare con il ddl Zan. Come se non ci fosse mai il tempo giusto per regolarizzare giovani stranieri perfettamente italiani. Al di là della magia delle medaglie olimpiche.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.