La giravolta dei giornaloni: Corriere, Repubblica e Stampa scaricano Conte e diventano zerbini di Draghi

Stavo facendo uno sforzo di memoria per provare a ricostruire quale fosse lo schieramento politico dei giornali, delle Tv, dei partiti, all’inizio della settimana scorsa. Già, la settimana scorsa, dico: non il secolo scorso. Ho le idee un po’ confuse, però mi pare che fosse piuttosto netto. In Parlamento, se non sbaglio, la destra si opponeva a Conte e chiedeva elezioni; tutti gli altri – sinistra, centro e grillini – come una testuggine a difesa del premier. Addirittura si iniziava ad aprire qualche breccia filo-Conte, o persino filo-Di Maio, persino nella destra storica. Qualcuno sussurrava che Di Maio fosse uno statista.

Il Pd era il partito più granitico. Conte o Morte, diceva. È lui – sostenevano i suoi leader – l’unico punto di equilibrio. È lui che salverà l’Italia. Lo dicevano sostenuti da un bel dispiegamento di cannoni da parte dei mass media. La7, naturalmente, guidata da Lilli Gruber e da Travaglio. E poi quotidiani di massa o di elite, storicamente anche molto distanti tra loro, come Corriere – schieratissimo – Repubblica, Stampa, e in sinergia l’ex quotidiano berlusconiano Il Foglio e il comunistissimo il manifesto. Il manifesto, addirittura, fece inorridire molti suoi ex pubblicando un appello a favore del governo e contro gli intellettuali disfattisti. I quali intellettuali disfattisti non si sa bene chi fossero.

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A parte quelli di destra, non molti, credo che ci fossero solo quelli che scrivono su questo giornale. I quali, isolatissimi, osservavano che tre anni di governo a Cinque stelle aveva prodotto essenzialmente tre risultati: la scomparsa dello Stato di diritto; la trasformazione del welfare in un centro confusionario di clientele e di distribuzione di mance e di favori elettorali; il passaggio dal metodo di governo democratico e parlamentare a quello degli editti e dei pieni poteri al premier. Timidamente facemmo notare che dal 1943 in poi nessun presidente del Consiglio aveva goduto di poteri così pieni come questo avvocato pugliese, fino a poco tempo fa sconosciuto e titolare, a occhio, di doti politiche modeste.

Ci sentivamo molto soli in questa denuncia. Lontani dal Pd, lontani dalla sinistra radicale, lontani dai giornali che consideravamo i più simili a noi per impostazione politica. Cominciavamo anche a pensare di avere sbagliato tutto. Quando in qualche trasmissione Tv provavamo a fare il nome di Draghi, venivamo sommersi dalle contumelie o dall’ironia. Ci dicevano – anche con molta gentilezza mista a disprezzo – che noi non capivamo niente di politica, che la politica è un’altra cosa, che Draghi tutto può fare ma non il premier e anche che – oltretutto – aveva confidato ai suoi amici – moltissimi – che lui neanche ci pensava a Palazzo Chigi.

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Poi c’è stato il miracolo. L’impressione è che il miracolo lo abbia fatto Matteo Renzi, ma questa cosa è meglio tenerla riservata, perché se dici una cosa su Renzi che non sia una buona insolenza, ti prendono a schiaffi e dicono che sei un vassallo del bullo, dell’impostore, del manigoldo, dell’innominabile, del narciso. Perciò non lo diciamo. Shhhh. Però il miracolo c’è stato. Conte è caduto. C’è chi dice che sia caduto sulla giustizia, chi dice che sia caduto sui servizi segreti, chi dice che sia caduto perché era diventato evidente che mai e poi mai sarebbe stato in grado di organizzare l’operazione vaccini. Comunque è caduto.

Mattarella ha chiamato quel bravissimo ragazzo che ora fa il presidente della Camera – al posto di Pertini e Ingrao – parlo di Roberto Fico, il quale doveva mettere insieme una operazione di acquisto senatori a destra per realizzare il Conte ter. Tutti dicevano che solo il Conte ter era la soluzione. E che meglio di Conte, in Italia, non c’è nessuno. Ok. Fico, che probabilmente è una persona assai onesta, tornò da Mattarella e gli disse che comprare parlamentari non era il suo mestiere e che una maggioranza per Conte non si vedeva neanche col cannocchiale. E oplà.

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Mattarella chiamò Draghi. E noi pensammo: poveretto, ora si troverà sommerso dalla furia dei contisti, solo noi lo difenderemo. Lo bastoneranno. Macché. Saranno trascorsi sette o otto minuti, e tutte le majorette di Conte erano passate con Draghi. Possibile? Sì, sì. Non solo, ma tra loro – come gli asini di Collodi – si prendevano in giro: che orecchie lunghe che hai…, si dicevano. Cioè si dicevano l’un l’altro – Gruber, Travaglio, Il Foglio, i giornalisti del Corriere, della Stampa, di Repubblica – ma tu stavi con Conte, perché ora sostieni Draghi? Per carità, rispondeva l’altro: fingevo.

E così tutti giù a prendere in giro il povero Casalino, messo alla gogna immediatamente, lui che i grandi giornali non avevano mai neppure sfiorato per tre anni, e poi tutti a sbeffeggiare Conte, e Di Maio, e Bonafede, e l’intera compagnia. In primis Travaglio, naturalmente, che da deus ex machina del giornalismo italiano, in dieci minuti è stato trasformato in zimbello, e lui ha subito reagito prendendosela col Pd: ma come – ha detto al Pd – sei capace di accettare un governo con la Lega, cioè con il partito che aveva combattuto le Ong? Indignato, Travaglio. Caspita, ma non era Travaglio quello dei taxi del mare, che difendeva a petto nudo Di Maio e il procuratore di Catania che aveva scacciato tutte le navi di soccorso dal Mediterraneo?

Lo spettacolo più singolare e inedito, comunque, è stato proprio quello offerto dal Pd. Pare che abbia presentato a Draghi, molto impettito, il suo programma di governo. Dice che bisogna smontare le leggi sulla sicurezza, e la Bossi Fini, e bisogna riformare il carcere, ristabilire la prescrizione, ridurre la carcerazione preventiva… Insomma, bisogna fare tutte le cose che il governo col Pd non ha fatto, anzi ha fatto al contrario. Il Pd ha detto tutto questo con l’aria molto seria. Come quella che spesso assumono le persone che tengono poco ai giochetti in cortile e fanno cosa sacra dei principi. Intangibili.



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