Ai primi di agosto del 2011, il giorno prima della lettera della Bce, i sindacati (tutti: da Cgil, Cisl, Uil fino all’Ugl) e le organizzazioni datoriali (tutte, da Confindustria e Abi fino a Confcommercio e Confapi) ottennero dal governo di essere convocati a Palazzo Chigi sulla base di un breve documento comune che metteva al centro la gravità del momento e l’urgenza di risanare i conti pubblici.

Ce lo siamo dimenticati tutti quel documento proprio perché il giorno dopo è arrivata la lettera della Bce, ma esso è molto significativo, perché dice cose molto simili a quelle contenute nella lettera della Bce, dalla scarsa credibilità degli impegni del governo in materia di pareggio di bilancio fino alle liberalizzazioni e alla modernizzazione del welfare e delle relazioni sindacali. Alla luce di quel documento, tanto ampiamente condiviso, diventa davvero difficile dire che la Bce ci ha imposto dall’alto la ricetta liberista. Quella ricetta era considerata necessaria quasi da tutti nelle condizioni di allora. Negli anni successivi quella stagione della nostra storia sarebbe stata oggetto di una straordinaria campagna di criminalizzazione che ha coinvolto persone per bene, oltre che molto competenti, come Mario Monti ed Elsa Fornero e lo stesso Presidente Napolitano.

Ristabilire la verità sugli eventi di quei mesi è utile per contribuire a mettere fine all’orgia populista che ne seguì e che fu alimentata da una inaudita e inaccettabile campagna di disinformazione fatta in particolare da alcuni dei ministri del governo che era in carica nel 2011. Si è parlato di colpo di mano della Bce, di dittatura dei mercati, di complotti (tedesco secondo alcuni, francese secondo altri) e persino di colpo di Stato. Il documento delle parti sociali si apre con la constatazione che le turbolenze che si stavano manifestando sui mercati finanziari erano in parte connesse a «fragilità intrinseche di un’Unione Europea che è ancora carente sotto il profilo politico e degli assetti istituzionali», ma subito dopo dice che «il momento è grave», che spetta solo a noi italiani risolvere i nostri problemi e che «la politica di bilancio resta il cuore dei nostri problemi». E ciò perché «senza alcun dubbio i mercati non hanno fiducia nell’impegno dell’Italia a conseguire il pareggio di bilancio nel 2014. Evidentemente occorre fare di più». Nel documento non si arriva a proporre ciò che chiese poi la Bce, l’anticipo dell’obiettivo del pareggio al 2013, ma si chiede di porre «il pareggio di bilancio – proprio così! – come obbligo costituzionale». Si osserva altresì che la manovra di luglio altro non aveva fatto che ridurre il deficit dell’ultima parte del 2011, scaricando però «maggiori oneri sul 2012».

La conclusione è che «non si può prescindere da interventi strutturali per aumentare la produttività del pubblico impiego e per modernizzare il sistema di welfare». Non si citano esplicitamente le pensioni, ma il riferimento è del tutto evidente dal momento che questa frase sta in un breve paragrafo che ha per titolo proprio il pareggio di bilancio. Nella storia fatta con il (poco) senno di poi, il peso della riforma cadde tutto sulla spalle di Elsa Fornero, ma tutti sapevano che quella riforma andava fatta, anzi che era la chiave di volta per ripristinare la credibilità della firma sovrana dell’Italia. La gogna cui è stata sottoposta Elsa Fornero negli anni successivi da gran parte della politica è degna delle peggiori cacce alle streghe della Salem raccontata da Arthur Miller e segna un momento buio delle nostra storia recente.

Come nella lettera della Bce, nel documento delle parti sociali si proponevano una serie di misure per rilanciare la crescita e fra queste al primo posto vi erano- fatto assai significativo – “liberalizzazioni e privatizzazioni”. Alla riunione che si tenne a Palazzo Chigi il 4 agosto, con tutto il governo schierato, fra la parti sociali vi fu un accordo per far parlare una sola persona a nome di tutti. Lo scopo era quello di sottolineare la assoluta drammaticità del momento, il fatto che era in gioco la salvezza della nazione. Ad una sola persona toccò di dire al governo che la stanca ripetizione dei programmi dei singoli ministri, quale ci era stata propinata, era del tutto inadeguata rispetto alla gravità del momento.

Qualche mese prima, all’inizio di maggio, si erano tenute la Assise di Confindustria, un evento cui parteciparono migliaia di imprenditori. Già allora, anche per effetto dei litigi fra ministri di primo piano, la credibilità del governo era pressoché azzerata. Nel timore che gli imprenditori potessero riservare una accoglienza molto dura al governo, si decise di non invitare nessun politico, cosa che a memoria non era mai accaduta prima. Altro che colpo di Stato e complotti! I complotti erano quelli che si facevano l’un l’altro i ministri di quello stesso governo.