La sicurezza europea
La guerra cognitiva è già tra noi, l’Ue costruisca un’intelligence comune
La prossima frontiera della sicurezza europea non sarà soltanto nei cieli, nei mari, nello spazio o nelle reti informatiche. Sarà nella mente dei cittadini. La guerra cognitiva è ormai un elemento concreto della competizione strategica: non punta necessariamente a convincere una società di una determinata verità, ma a renderle sempre più difficile distinguere fatti, opinioni, manipolazioni e interessi ostili. La NATO considera il cervello contemporaneamente bersaglio e strumento della competizione per la superiorità cognitiva. L’obiettivo è alterare percezioni, comportamenti e processi decisionali, sfruttando vulnerabilità individuali e collettive.
Per l’Europa il problema è particolarmente serio. Le democrazie liberali sono società aperte, pluraliste e digitalizzate: proprio ciò che le rende forti può diventare una superficie d’attacco. La combinazione fra social network, sistemi di raccomandazione, profilazione comportamentale e intelligenza artificiale generativa consente infatti di moltiplicare messaggi, testarli rapidamente e adattarli alle reazioni del pubblico. Non siamo più soltanto davanti alla vecchia disinformazione. Il salto di qualità consiste nella possibilità di industrializzare la manipolazione. Una campagna ostile può frammentarsi in migliaia di contenuti differenti, costruiti per alimentare paure, rabbia o sfiducia in gruppi sociali diversi. Il risultato strategico non deve essere necessariamente una vittoria elettorale: può essere la perdita progressiva di fiducia nelle istituzioni, nei media, negli alleati e nella possibilità stessa di condividere una realtà comune. L’Unione non parte però da zero.
La Bussola strategica ha inserito le minacce ibride e la manipolazione informativa fra le priorità della sicurezza europea; il quadro comunitario comprende inoltre strumenti dedicati alla Foreign Information Manipulation and Interference e una Hybrid Fusion Cell collegata all’INTCEN. Nel 2026 l’EEAS ha confermato che la FIMI resta una minaccia in evoluzione, anche per l’utilizzo crescente di strumenti basati sull’AI. Il punto, dunque, non è inventare un’altra struttura burocratica. È trasformare quelle esistenti in una vera capacità europea di intelligence cognitiva. Servono un’integrazione stabile fra intelligence civile e militare, cyber-intelligence, OSINT, analisi dei dati, psicologia sociale e competenze tecnologiche.
Serve soprattutto un sistema comune di allerta precoce capace di collegare segnali apparentemente separati e individuare campagne coordinate prima che producano effetti politici irreversibili. È esattamente nella direzione indicata dal Consiglio, che chiede maggiore condivisione informativa, uso dell’intelligenza artificiale e rafforzamento della situational awareness attraverso il SIAC. Ma una democrazia non può difendersi dalla manipolazione diventando essa stessa manipolatrice. La risposta liberale deve essere l’opposto: più trasparenza, più alfabetizzazione digitale, più pre-bunking, maggiore responsabilità delle piattaforme e capacità pubblica di spiegare tempestivamente ciò che sta accadendo. Difendere il cittadino non significa decidere cosa debba pensare.
La guerra cognitiva impone quindi una scelta politica. Un’Europa incapace di condividere intelligence sarà vulnerabile al ricatto della velocità: gli avversari potranno sperimentare, adattare e moltiplicare le proprie operazioni molto più rapidamente delle istituzioni europee. Una vera autonomia strategica passa invece anche dalla capacità di proteggere l’autonomia decisionale dei cittadini. Per questo l’intelligence integrata non è un lusso tecnocratico. È una condizione della sovranità democratica europea. E, in una fase in cui la sicurezza dell’Europa è inseparabile dal sostegno all’Ucraina, dal rapporto transatlantico e dalla capacità di resistere alle pressioni autoritarie, difendere lo spazio cognitivo significa difendere il cuore politico dell’Occidente.
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