Alberto Pagani, analista strategico ed ex parlamentare del Partito democratico, riflette sulle nuove minacce alla sicurezza europea, dalla Russia alla guerra cognitiva, fino ai ritardi italiani nella difesa e nell’intelligence.

Cosa pensa di quello che sta accadendo a Ceuta? 49.000 marocchini entrati in poche ore, come deve rispondere l’Europa?
«Quello che è accaduto a Ceuta non è solo una tragedia umana, è prima di tutto una crisi di sovranità politica ed europea. Nessuna democrazia può tollerare che le proprie frontiere vengano superate in modo incontrollato nell’arco di poche ore, né può accettare che la disperazione delle persone venga usata come strumento di pressione geopolitica da Paesi terzi e ostili».

Lo sconfinamento russo in Polonia rischia di imporre alla Nato una decisione difficile e sofferta, ma forse non più rinviabile. Quante violazioni può ancora tollerare l’Alleanza?
«Il tema non è quante, ma quali. La Russia testa la Nato per scoprire quale sia la sua risposta, cercando di restare sotto la soglia attraverso la negazione plausibile di una responsabilità diretta, che può essere nascosta dietro incidenti apparentemente involontari. Una violazione manifestamente ostile non può essere tollerata. Con le provocazioni ambigue, invece, tutto si fa più complicato, perché una risposta può sembrare esagerata, al limite dell’aggressione».

L’Italia ha «prenotato» i fondi europei Safe senza decidere se utilizzarli. Che cosa significa, in concreto, la formula «prenotati ma non presi»? È prudenza finanziaria o ambiguità politica?
«No, è la campagna elettorale che è già cominciata, in vista di elezioni anticipate nell’aprile prossimo. Siccome spendere i soldi nella difesa non è popolare, la prudenza finanziaria e l’ambiguità politica sono quasi la stessa cosa. Comunque sarà il prossimo governo a spendere quei soldi, mentre l’attuale può soltanto prenotarli».

Dobbiamo aumentare gli investimenti nella difesa oppure no? Quali capacità sono oggi prioritarie per l’Italia: difesa antimissile, droni, cybersicurezza, intelligence o protezione delle infrastrutture critiche?
«Se vogliamo che l’Europa sia veramente libera, bisogna che diventi capace di difendersi da sola, senza più dipendere dagli Stati Uniti. Dobbiamo quindi diventare autonomi almeno nella copertura satellitare, nella protezione dei cavi dati sottomarini, dei gasdotti e degli oleodotti, nella difesa dello spazio aereo, nella logistica e nella mobilità militare, che per loro natura producono ricadute anche civili. Possiamo decidere di non farlo, ma poi dobbiamo smettere di lamentarci se Trump ci rispetta meno dei suoi calzini usati, perché la nostra sicurezza dipende da ogni suo capriccio».

Palantir, l’Intelligenza Artificiale e piattaforme come Telegram mostrano quanto dati, algoritmi e comunicazione siano ormai decisivi nelle guerre. Perché l’Europa indugia ancora su data center, pre-bunking e sistemi sovrani di analisi geostrategica?
«È chiaro che ormai è impossibile raggiungere ed eguagliare le capacità di piattaforme come Palantir, costruite con investimenti pubblici colossali e con vent’anni di esperienza operativa nei teatri più complessi del mondo. Ma, se si continua a non investire nello sviluppo di tecnologie europee, non le avremo mai. Se vuoi intraprendere un cammino lungo, la prima cosa da fare è cominciare a muovere i piedi».

L’Unione europea sta intervenendo sull’Intelligenza Artificiale e alcuni Stati stanno costruendo difese contro la guerra cognitiva. L’Italia a che punto è? Possiede una strategia, strutture e risorse adeguate?
«Strutture e risorse adeguate, ovviamente, non ci sono. Almeno, però, si comincia a studiare seriamente la minaccia nel campo cognitivo. Il problema principale credo sia quello di sempre: le competenze sono poco chiare, perché divise tra intelligence, Difesa, Ministero dell’Interno e altre amministrazioni. La storia d’Italia è fatta di mille campanili, che un tempo erano ducati, regni, comuni e città-Stato. In queste materie, però, la frammentazione non è vantaggiosa».

Terrorismo islamista, violenze dei black bloc e ricomparsa di sigle che richiamano le Brigate rosse indicano l’esistenza di un nuovo fronte interno? Perché soprattutto a sinistra si ragiona ancora poco di sicurezza?
«La sinistra soffre, in effetti, di uno storico ritardo culturale sui temi della sicurezza, che ha sempre lasciato nelle mani della destra, con la conseguente deriva populista e demagogica che vediamo tutti i giorni. C’è poi una pigrizia intellettuale che porta a contestare soltanto le iniziative e la propaganda degli avversari, che è la soluzione più facile, invece di elaborare proposte proprie, che richiedono studio e fatica. Eppure sono soltanto le proposte concrete a dimostrare la capacità di governare e risolvere i problemi. Io sono di sinistra e mi aspetto che la mia parte politica si dimostri all’altezza della sfida di governo, grazie alla propria capacità di analisi e di proposta, e non che dimostri soltanto di saper polemizzare e criticare bene. Con la sola capacità di polemica non si risolve nessun problema degli italiani».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.