Il Presidente Mattarella parla di Bergamo come “città martire”. E siccome non c’è martirio senza martirologio, su Bergamo, a Bergamo, di Bergamo si scrive tanto. Tre libri usciti nelle ultime due settimane. Tre angolature della storia diverse, tre lati dello stesso prisma. Il primo libro che parlava di Bergamo è rimasto in vendita sei ore: è arrivato nelle librerie nello stesso giorno in cui è stato ritirato con grande imbarazzo. Un Gronchi rosa dell’editoria, roba da far impazzire i collezionisti. Il libro Perché guariremo, scritto dal ministro Roberto Speranza e pubblicato da Feltrinelli, è stato formalmente ritirato perché “non opportuno nel momento della recrudescenza del virus”, spiegano dall’ufficio stampa dell’editore.

Probabilmente perché la tesi sostenuta – il modello Italia che guarisce il virus – è stata smentita dai fatti e diventata insostenibile. Partiva, ci dice chi l’ha furtivamente scorso, dalla descrizione dei giorni più duri, dalle zone rosse militarizzate di Bergamo. Nella provincia bergamasca solo a marzo sono morte per Covid 5.900 persone. Il più alto tasso di contagio in Europa, anzi secondo il Financial Times, del mondo: a Bergamo si sarebbe verificato l’aumento maggiore, pari al 464 per cento di morti in più rispetto alla media. Seguono in questa triste classifica New York, con un aumento del 200 per cento, e Madrid, con un aumento del 161 per cento. Se del libro di Speranza non rimane che l’ombra sugli scaffali dai quali è stato fatto sparire, ecco farsi largo il testo di un testimone meno ritroso: Bergamo anno zero, del giornalista Tiziano Rugi, edito da Round Robin, condensa in 170 pagine la più puntuale fotografia che sia stata scattata dalle parole di un cronista. Ci ritrovi la cronistoria, il giro dei soldi, gli scandali, le polemiche ma soprattutto la convinzione che il fallimento del sistema sanitario lombardo possa insegnare al resto delle regioni quel che non va fatto. Il libro di Rugi termina con una intervista al sindaco della città martire.

Ed è proprio Giorgio Gori a firmare il libro uscito appena ieri. Lo ha chiamato Riscatto, scritto a quattro mani con Francesco Cancellato ed edito da Rizzoli. Il sottotitolo prende il largo: “Appunti per un futuro possibile”. L’approccio va nella direzione opposta alle speranze di Speranza. «Dire che l’Italia è guarita, che siamo diventati un esempio, che siamo alla vigilia di un nuovo Rinascimento? Io onestamente non lo credo. Troppo spesse le incrostazioni, troppi snodi di funzionamento da rivedere in profondità, troppa manutenzione in arretrato». Ed ecco il viatico del primo cittadino: «Ma già basta questo refolo di fiducia in noi stessi per indicarci la via. C’è una strada fatta di impegno, serietà, sacrificio, coraggio, generosità, che contiene la possibilità di riscattare il nostro Paese dalla mediocrità, dalla crisi che ne accompagna la storia recente e dalla prospettiva di un declino altrimenti inevitabile. È una strada che passa dai cittadini prima che dalla classe politica; quella verrà di conseguenza, se gli italiani sapranno dove andare».

La direzione dovrebbe indicarla la classe dirigente, se ce ne fosse una all’altezza. Gori lo sa, lo scrive. «Ci sono state élite chiuse e autoreferenziali, élite che hanno fatto della conservazione del potere il loro primo obiettivo. Governare la complessità richiede anche la cultura delle élite, purché siano serie ed empatiche, attente e generose». Chi scrive di Bergamo oggi – in fondo, in realtà – non parla di Bergamo, ma della necessità di un Paese ferito di ricostruire in fretta e guardare avanti. Dimostrando di aver imparato la lezione.