«È complicato spiegare quanto quello che è successo ha inciso sulla mia vita e su quella della mia famiglia. Anche solo parlarne mi fa sprofondare in quel senso disperazione che vorrei cancellare dalla mia mente», racconta l’imprenditore di Acerra protagonista di un clamoroso errore giudiziario per il quale ha trascorso 800 giorni in carcere da innocente. Gli era stata contestata l’accusa più grave, omicidio. Sulla scorta delle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia e di un’intercettazione ambientale male interpretata, la Procura lo aveva indicato tra i responsabili dell’agguato in cui, il 9 dicembre 2006, ad Afragola, fu ucciso un uomo, Luigi Borzacchiello. In primo grado l’imprenditore era stato condannato a 30 anni di reclusione e in secondo grado, quattro anni fa, assolto. Da allora è iniziata la sua battaglia legale per vedersi riconosciuto il danno da ingiusta detenzione e l’altro giorno è arrivata la decisione dei giudici: l’uomo otterrà 188.656 euro come risarcimento per la reclusione da innocente.

La somma è ovviamente solo simbolica, non c’è prezzo per i danni che questa vicenda giudiziaria ha causato nella sua vita personale e professionale, per gli stravolgimenti imposti, per le attese e le sofferenze provocate. «Sono stati momenti di incredulità, di confusione, quasi a non voler accettare che stesse accadendo proprio a me», racconta l’imprenditore ripercorrendo l’incubo giudiziario vissuto. «Con la sentenza di condanna a 30 anni credevo fosse finita, ma la mia famiglia non si è mai arresa. Mia moglie, nonostante le difficoltà economiche in cui versavamo, ha deciso di cambiare legale e di rivolgersi all’avvocato Marianna Febbraio, chiedendole di aiutarci e di credere nella mia innocenza. Avevamo bisogno di questo – sottolinea – cioè di qualcuno che credesse in me e nella mia estraneità all’omicidio. E devo dire grazie all’avvocato Febbraio che con ostinazione ha smontato le accuse e le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia che continuavano a mentire sulla mia partecipazione, con loro, all’assassinio del povero Borzacchiello. E poi c’era quella maledetta intercettazione: l’avvocato ha dimostrato l’impossibilità di utilizzarla come elemento di prova».

Il lavoro difensivo è stato determinante in questo processo. Marianna Febbraio è una giovane penalista e, quando le è stato chiesto di assumere la difesa dell’imprenditore già condannato in primo grado a 30 anni di carcere per omicidio, ci ha pensato bene. «Devo ammettere – racconta la penalista – che mi sono presa qualche giorno prima di assumere la difesa. Ma quando ho letto gli atti, il compendio probatorio mi è apparso immediatamente insufficiente per l’emissione di una sentenza di condanna praticamente a vita. Era stato dato credito alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia intrise di contraddizioni, ma la prova granitica per l’accusa, anche nel giudizio di appello, è sempre stata l’intercettazione ambientale registrata poco prima del raid omicidiario». Si trattava di un’ambientale captata poco prima dell’agguato e in cui più voci parlavano dell’organizzazione del piano criminale. Il suo assistito non aveva soldi per una perizia fonica e l’avvocato Febbraio ha comprato un libro su internet per approfondire tutte le tecniche di comparazione delle voci, riuscendo così a mettere in evidenza, davanti ai giudici della Corte di assise di appello, le incertezze delle conclusioni cui era giunto il consulente fonico di parte quando aveva indicato tra le voci captate nell’ambientale anche quella dell’imprenditore.

«I giudici della Corte di assise di appello sono stati attenti agli elementi evidenziati dalla difesa – spiega Febbraio – ed è stata la loro attenzione, insieme alla mia determinazione, a rendere possibile il capovolgimento di una sentenza di condanna a 30 anni di reclusione». Il momento dell’assoluzione l’imprenditore non lo dimenticherà mai: «Quando la presidente della Corte di assise di appello di Napoli lesse il dispositivo, io ero in aula, in cella, detenuto da oltre due anni. Fui assolto e immediatamente liberato – racconta – Sento ancora il suono della voce. Piansi e continuai a farlo anche quando, in serata, tornai finalmente a casa». «Ora sono un uomo libero – aggiunge – e passo il tempo da nonno con i miei nipoti, ma quello che è successo non si può cancellare. E allora chiedo che quello che è successo a me non capiti ad altri».