Guzzanti ha idee lontanissime dalle mie. Però, quando lo leggo – sarà per l’agilità e la grazia della sua scrittura, sarà per la semplicità del ragionamento, sarà per la ricchezza degli argomenti – finisce sempre, almeno un po’, per convincermi. Salvo rarissime eccezioni. Beh, questa è una di quelle eccezioni molto rare. Non mi ha convinto neppure un po’. Cosa c’entra Elisabetta con quella bambina (intanto le bambine sono diventate quattro, perché altre tre son state lasciate morire in mezzo al Mediterraneo, da noi italiani, dai maltesi, da due navi di passaggio, da una grande massa di persone per bene alle quali, in fondo, dei profughi non frega un fico secco)?

Elisabetta – personaggio a mio giudizio assolutamente minore della storia politica europea del Dopoguerra – non c’entra niente. C’entriamo noi giornalisti. Lascio stare gli svolazzi umanistici e uso solo l’aritmetica. Il giorno nel quale si è saputo di Loujin e della sua morte terribile e infinitamente commovente, i dieci più importanti giornali italiani hanno dedicato (sommando tutto) una cinquantina di righe a questo episodio. Titoli piccoli piccoli e in pagine interne e internissime. Nello stesso giorno hanno dedicato complessivamente 67 pagine alla morte della regina d’Inghilterra, 96 anni.

A Luca Casarini, che conosco da molti anni, e che da molti anni si dedica a queste battaglie, la cosa è sembrata orribilmente ingiusta. Luca – lo conosco un po’ – è un tipo molto razionale ma ha una ossessione per le ingiustizie. Non le sopporta, lo fanno adirare. Io no. Sono vecchio come te, Paolo – o quasi… – non sono più emotivo. A me quella sproporzione non pare ingiusta, né mi sembra semplicemente la prova della subalternità del giornalismo italiano ai borghesi, o ai nobili, o ai potenti: a me sembra il frutto di scelte assolutamente illogiche. Che contrastano con l’idea alta del giornalismo – da Dumas ad oggi – e sono semplicemente fi glie dei fi gli dei figli del peggior conformismo.

La morte della regina Elisabetta a noi non dice niente. C’è chi si emoziona per quel vecchietto che ho visto l’altro giorno in Tv con uno strano cappello di spugna rossa che gridava hip hip hurrà!, e chi invece se ne strafrega. Non è un problema. E non c’è niente e nessuno da biasimare. Resta il fatto, però, che quella morte, quella della regina, non ci dice niente, non ci chiede niente, non ci interroga. La morte della bambina, e ora delle quattro bambine e delle tre madri, ci dice molte cose, ci dice che noi dobbiamo intervenire, che dobbiamo portar loro da bere, da mangiare, che dobbiamo accogliere, curare, trattare i migranti come essere umani, come lo siamo noi, che non saremo né re, né regine, né principi ereditari, ma siamo esseri viventi pieni di sentimenti, di dolori, di gioie e di emozioni. Per questo non mi hai convinto, Paolo. E oggi ripeto l’errore che tu mi rimproveri, reiterando il titolo di prima pagina. Chissà, magari stavolta sarò io a convincere te.

P.S. Scusa eh, ma se per trovare un discorso importante di Elisabetta bisogna tornare a quello che gli scrisse la professoressa di lettere
quando aveva dodici anni…

Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.