Per anni e anni la mafia è stata, e in parte lo è ancora, una grande industria. Una multinazionale della droga. Lontani i tempi delle lupare. Cosa Nostra nei decenni era diventata un’altra cosa: faceva miliardi di lire di profitti. E chi si metteva in mezzo saltava per aria. “Il contagio” è il saggio di Massimiliano Iervolino (Marlin editore) che illumina questa terribile “evoluzione” della mafia, spiegando «come un’organizzazione nata tra i campi di grano e le montagne siciliane sia diventata nel giro di pochi anni una holding del crimine globale. Con interessi transnazionali, ramificazioni finanziarie, conti cifrati, triangolazioni internazionali tra Marsiglia, Bangkok, New York, Milano, Palermo». Dentro una meticolosissima ricostruzione basata sull’analisi dei documenti scorre la storia di sangue di Cosa Nostra, i nomi maledetti dei capi, quelli eroici delle vittime innocenti, per lo più servitori dello Stato.

In sintesi, durante gli anni Ottanta la mafia siciliana mette in pratica lo schema che era stato quello di Lucky Luciano nella New York di cinquant’anni prima, e inventa un meccanismo di tipo industriale. Tutto parte da Lucky: «Quando arrivò, Luciano trovò un paese che ancora non conosceva il problema dell’eroina, che non percepiva la tossicodipendenza come fenomeno sociale, che non aveva leggi adeguate e che soprattutto non aveva occhi per vedere. Così Luciano poteva muoversi in libertà costruendo la sua rete tra Napoli, Roma e Milano». Siamo nel 1949, l’Italia ha ben altri problemi. Trent’anni dopo, Cosa Nostra riprende il discorso moltiplicandolo per mille.

L’eroina è diventata un affare colossale, significa una montagna di soldi, reinvestiti ancora nel mercato della droga e così via, per ottenere utili giganteschi. Lo capiscono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Pagheranno con la vita la loro intuizione. È la mafia stragista dei Corleonesi, Riina, Provenzano, Bagarella, che con i soldi dell’eroina quei profitti costruirono un potere militarizzato, capace di uccidere chiunque disturbasse il flusso del denaro: giornalisti, politici, magistrati, altri mafiosi. Il meccanismo era oliatissimo: «La perfezione di quel sistema stava nella sua circolarità. Gli stessi intermediari che incassavano il denaro americano erano quelli che lo rimettevamo immediatamente in circolo per acquistare nuova droga in Turchia o in Thailandia. L’eroina diventava dollaro, il dollaro diventava morfina, la morfina tornava eroina (…) Era la globalizzazione del crimine, la prima forma di economia mondiale parallela ante litteram».

Questo libro di Massimiliano Iervolino spiega ogni passaggio per filo e per segno. Il maxiprocesso però dà un colpo mortale a Cosa Nostra. Per la prima volta lo Stato riuscì a fotografare il crimine come sistema, non come somma di reati. La sentenza — 346 condanne, numerosi ergastoli — non fu solo una punizione ma uno spartiacque. D’altronde, Tommaso Buscetta aveva chiarito tutto al magistrato che lo aveva interrogato a lungo: «Dottore Falcone, se vuole battere la mafia deve battere il mercato della droga. Se gli toglie quella, Riina torna a fare ‘o pastore».