Nei mesi del “confinamento” le città, le piazze, le vie si sono fatte deserte – invisibili i pochi che hanno continuato ad attraversarle per garantire le sicurezza a quanti sono rimasti nelle case. Non stupisce perciò che da quel “vuoto” si voglia ripartire e che a riempirlo siano materialmente e simbolicamente gli “esclusi” di sempre dalla scena pubblica, dai suoi poteri e saperi. C’è chi sogna di far riprendere vita alle città lasciando bambini e bambine correre liberi per le strade nei giorni festivi, chi si limita ad osservare con piacere come il Coronavirus stia ridisegnando la mappa di una città «attraverso un vero e proprio spostamento fisico delle sue soglie sociali, etniche, razziali».

Scrive Maria Nadotti da Lisbona: «Il Covid-19 ha fatto sparire i ricchi, fuggiti altrove o rintanati nelle loro case/bunker super servite. Il fuori è diventato dentro. Alcune zone da alcuni anni erano interdette, tenute in ostaggio dai turisti, immobiliaristi, sono tornate disponibili un po’ come il porto di Savona per i delfini, Bergamo alta per i cinghiali. Il trionfo del fuori posto». Il “mondo di sotto”, come lo definisce Nadotti, la “cosa brutta”, per lo più nera, povera, senza un tetto decente sopra la testa, confinata finora in zone ghetto, si è trasformata rapidamente in focolaio di infezione ed è balzata davanti agli occhi di tutti (https://www.erbacce.org). Non si può non pensare ad eventi analoghi, come le imponenti manifestazioni di protesta per l’uccisione di George Floyd negli Stati Uniti e in tante città del mondo, dove la rivolta contro il razzismo e lo sfruttamento di classe hanno visto con sorpresa insieme bianchi, neri e minoranze etniche.

Anche in questo caso, c’è chi ha pensato alla comparsa di un nuovo modo di stare in piazza, di coinvolgere e rappresentare una comunità: movimenti orizzontali, antigerarchici, internazionali, capaci di scatenare una energia imprevista e di ridefinire il senso della politica (Christian Raimo). In uno spettacolo teatrale dal titolo suggestivo, Forse un drago nascerà. Fondazione della città di X, che Giuliano Scabia portava in giro per le città dell’Abruzzo nel lontano maggio 1972, si partiva da un canovaccio/dramma pedagogico vuoto per permettere ai bambini e alla gente che partecipava di costruire, attraverso l’improvvisazione, una città nuova e confrontarla con il loro habitat quotidiano. Solo una ricorrenza o la ripresa di quella “utopia” che per Walter Benjamin era «percezione acuta delle esigenze radicali del presente», «la richiesta del possibile attualmente impossibile»?

Lo spopolamento conseguente al diffondersi della pandemia è come se, eclissando una società nota, “famigliare”, ne avesse svelato il lato nascosto o tenuto comunque in ombra perché inquietante, incline a generare sensi di colpa e di impotenza. Si scopre che l’attività della cura, nel momento in cui è la fragilità dei corpi, la dipendenza dagli altri a farsi protagonista sulla scena pubblica, è «condizione essenziale di sostenibilità del sistema», come già sostenevano negli anni Settanta Antonella Picchio e i gruppi per il Salario al Lavoro Domestico. Le donne sono ancora oggi in prima linea a criticare il primato dell’economia e a considerare «urgente il ribaltamento delle priorità dell’agenda economica e sociale», come si legge nel documento di un gruppo di femministe di Roma (“Salto di specie”, Il Manifesto 12 maggio 2020), ma non si può non tenere conto di quanto sia diventata complessa l’idea stessa di cura dal momento in cui, svincolata dal privato, da destino “naturale” della donna, viene riconosciuta come la preoccupazione centrale della vita umana: questione sociale, culturale, politica di primo piano.

Anche senza ricorrere ai dati Istat, sappiamo che sono in prevalenza donne a svolgere le attività che hanno il corpo come parte in causa – e come il corpo svalutate, asservite al potere e al privilegio di altri. Tuttavia, a seguito dei nuovi bisogni portati dal Covid-19, le figure ritenute “essenziali”, “indispensabili” per la sopravvivenza della specie e del mondo in cui viviamo, si sono moltiplicate. A essere considerati «eroi della pandemia» – scrive Claudia Torrisi – sono stati prima di tutto lavoratrici e lavoratori della sanità in prima linea nella risposta alla diffusione del coronavirus, poi «si sono fatti strada tutti coloro per i quali non è esistito lockdown o smart work, impegnati nel garantire al resto della popolazione che la vita poteva, in qualche modo, andare avanti (…) essenziali sono le badanti o le persone che si prendono cura degli anziani o persone disabili, nelle case e nelle strutture, i e le braccianti e tutti coloro che riforniscono gli scaffali dei supermercati, cassiere/i, dipendenti, lavoratori di imprese di pulizia, rider e fattorini. Sono perlopiù lavori precari, sottopagati, e senza tutele» (info@valigia blu.it, 25 maggio 2020).

La pandemia ha reso ancora più evidente un paradosso della nostra società: le persone e le figure di cui abbiamo bisogno sono quelle a cui viene dato meno valore. È proprio il caso di dire che il “mondo di sotto” – quello che ha portato il peso del patriarcato in tutte le sue forme di potere e di sfruttamento nel corso dei secoli, dal sessismo al razzismo al classismo – si è preso la sua rivalsa, e forse poteva farlo solo quando è parso chiaro che gli individui non sono interamente autonomi e autosufficienti, che la vulnerabilità e la dipendenza sono aspetti imprescindibili della vita, che la cura non riguarda solo la propria salvezza ma quella di una comunità e dell’ambiente a cui appartiene.
In questo allargamento di prospettiva, che ci si augura resti al centro dell’attenzione anche oltre l’emergenza, il rischio è ancora una volta che venga sottovalutata la specificità di un dominio, come quello maschile che, passando attraverso le vicende più intime – la sessualità, la maternità, gli affetti -, ha contagiato anche chi lo ha subito con particolare violenza e sostenuto a proprio danno, scambiando per dono d’amore il lavoro non pagato, e cioè le donne.

«Il grosso problema del lavoro non pagato – scrive Antonella Picchio, femminista economista – non sono né i bambini né gli anziani, sono i maschi adulti (…) Io credo che dobbiamo fare le cose in due, non ce la facciamo più ad averli sulle spalle! Imparino a difendere la loro vita e la qualità della loro vita! Noi non ce la facciamo più ma abbiamo dei deliri di onnipotenza, pensiamo di farcela, ma è il nostro dramma. Ci deve essere una negoziazione» (Associazione Orlando, “Donne ed economia: la sfida di uno sguardo diverso”, 2006). Valutare l’economia patriarcale e capitalistica alla luce delle condizioni di vita, dei beni comuni, del benessere di tutti, è oggi un compito che interseca e interroga appartenenze, ruoli, identità diverse, senza cancellare per questo i segni che la storia ha impresso sopra ad ognuno di essi.