Dall’inizio della pandemia su 2.019.660 casi di contagio da Coronavirus avvenuti in Italia, 89.879 hanno riguardato gli operatori sanitari. Sempre in prima linea per combattere contro il nemico invisibile, sono anche quelli più esposti e a rischio e che non possono esimersi dal lavorare. Per questo motivo in tutta Europa le vaccinazioni sono iniziate proprio da questa categoria della popolazione. Basti pensare che negli ultimi 30 giorni i contagi sono stati oltre 16mila.

È quanto rilevano gli ultimi dati della Sorveglianza integrata Covd-19 a cura dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss), aggiornati al 27 dicembre. Rispetto agli ultimi 30 giorni, invece, 413.381 sono stati i casi totali di positività diagnosticati nel nostro Paese, di cui 16.923 tra gli operatori sanitari.

Secondo altri dati, quelli raccolti dalla Fnomceo e aggiornati al 28 dicembre, sono 273 i medici morti in Italia durante la pandemia. Gli ultimi in ordine di tempo sono Raffaele Antonio Brancadoro, medico ospedaliero in pensione, Leonardo Nargi, ginecologo, e Stefano Simpatico, neurochirurgo. “I nomi dei nostri amici, dei nostri colleghi, messi qui, nero su bianco, fanno un rumore assordante”, è il commento del presidente della Fnomceo, Filippo Anelli. “Così come fa rumore il numero degli operatori sanitari contagiati”.

Intanto l’Ordine dei medici di Roma ha avviato un procedimento disciplinare nei confronti di 13 loro colleghi antivaccinisti, scettici o negazionisti del Covid. Si tratta di professionisti che hanno sostenuto sui social network – o addirittura in tv – posizioni volte a sminuire o negare la gravità del Coronavirus come anche l’efficacia del vaccino in tutte le sue forme. Come spiega all’Ansa il presidente Antonio Magi, per 10 di loro il procedimento si è già concluso, mentre per altri tre è ancora in corso. “Si tratta di 10 colleghi che hanno espresso posizioni no vax, e tre invece negazionisti sul Covid”, ha precisato Magi. “La procedura disciplinare è partita dopo che abbiamo ricevuto da cittadini e colleghi degli esposti, corredati da documentazione”.

L’iter del procedimento prevede che i medici in questione giustifichino e presentino delle spiegazioni scientifiche a supporto di quanto affermato, che vengono poi valutate da un’apposita commissione dell’Ordine. La commissione, a quel punto, dovrà decidere se procedere con una sanzione o archiviare il caso. “Per alcuni di loro c’è stata l’archiviazione – ha detto Magi – perché si sono pentiti». Per altri, invece, è già scattata la sanzione, «che è andata dalla censura all’ammonimento fino alla sospensione per 1-2 mesi”. Per i tre negazionisti del Covid, invece, il procedimento è ancora aperto. “Uno ha presentato una spiegazione, ma con il Covid i tempi disciplinari si allungano. Per questo tipo di procedimenti serve infatti la convocazione in presenza. Comunque la prima parte dell’iter è stata completata, e credo che per gennaio il nuovo consiglio, che dovrà insediarsi, riuscirà a terminare la procedura”.

Ma l’obbligo di vaccino per medici potrebbe essere possibile. Il principio di base dell’ordinamento giuridico “è che ognuno è libero di fare ciò che vuole, a patto di non arrecare danno agli altri. I medici che non vogliono essere vaccinati contro il Covid, possono rimanere liberi di non vaccinarsi ma non possono esporre gli altri a rischio, lavorando a contatto con persone deboli”. Da qui può scattare l’obbligatorietà. In caso contrario “il loro datore di lavoro può non essere obbligato a farli lavorare”. A spiegarlo all’ANSA è Amedeo Santosuosso professore di diritto, scienza e nuove tecnologie presso l’Università degli studi di Pavia.

Un principio questo che vale, precisa il giurista, “per tutti coloro che lavorano a contatto con il pubblico, come ad esempio gli insegnanti nella scuola”. La coazione, cioè l’obbligare fisicamente qualcuno dunque è da escludere, ma l’obbligatorietà “può scattare come conseguenza indiretta del non volersi fare vaccinare per una pura questione ideologica. Diverso sarebbe il caso – continua Santosuosso – di una persona che non può sottoporsi a vaccinazione per motivi sanitari. In quel caso il datore di lavoro è obbligato a trovargli un’altra collocazione”.