In questo periodo di crisi legata al Covid-19, mentre il pil crolla del 12%, il collocamento in asta dei titoli del debito pubblico italiano, conseguenti alle politiche espansive messe in atto dal Governo, è andato piuttosto bene. I quantitativi domandati hanno sempre ecceduto le massime offerte disponibili da parte del Tesoro con i rendimenti in calo per i Btp e nel caso dei Bot con valori addirittura negativi. Anche l’asta di metà agosto (svoltasi per la prima volta dal 2010, anno della crisi dello spread) ha avuto successo con poco meno di sette miliardi di Btp collocati e rendimenti sempre in forte calo. Questo andamento dei rendimenti è legato all’effetto della “tachipirina” rappresentata dall’ombrello della Banca centrale europea (Bce) che mantiene lo spread sotto controllo. Tuttavia, occorre ricordare che il quantitative easing non dura in eterno, visto che la Bce si preoccupa, da statuto, esclusivamente dell’inflazione. Di fronte a possibili attese di rialzo dell’indice di riferimento dei prezzi, le politiche monetarie accomodanti cessano.

In parallelo, l’eccesso di domanda di titoli italiani da parte degli investitori istituzionali è anche da ascrivere proprio all’accresciuto grado di liquidità sul mercato secondario garantito dalla Bce, per cui, una volta cessato quest’ultimo, è prevedibile che si riduca anche la domanda in asta dei titoli italiani. E torniamo al problema: in quel momento, il debito pubblico italiano sarà notevolmente cresciuto. Il malanno rimane e la “tachipirina” non basta. Il Governo stima (nel Documento di economia e finanza, Def, di fine aprile) che il rapporto debito/pil è atteso a fine 2020 al 151.8%, a legislazione vigente, con un disavanzo primario pari al 3.5% del pil e una spesa per interessi pari al 3.6% del pil. Tali indicatori – non suggerendo uno buono stato di salute per le finanze pubbliche – rischiano di compromettere la fiducia nei nostri titoli di Stato in assenza di politiche monetarie espansive accomodanti. Abbiamo un grande bisogno della vera medicina, cioè le politiche fiscali anti-cicliche. In attesa che vengano palesate in maniera chiara e univoca le condizioni di utilizzo dei 209 miliardi spettanti all’Italia attraverso il Recovery Fund, è necessario che il costo della crescita del debito pubblico non venga amplificato dalla speculazione finanziaria, visto che la parte di debito va comunque ripagato e la parte di fondo perduto dovrà in qualche modo essere bilanciato dal contributo dell’Italia all’accrescimento del bilancio comunitario.

Un’analisi attenta, basata sulla contabilità nazionale, che analizza comparativamente i saldi dei settori macroeconomici, ci indica come in un’economia aperta agli scambi con il resto del mondo la crescita dell’indebitamento pubblico può venire finanziata o dal risparmio domestico o da quest’ultimo combinato da risparmio estero, attraverso il canale delle importazioni. Nel caso italiano il ruolo del risparmio domestico in termini di pil è particolarmente rilevante. Secondo l’ultima rilevazione dell’indagine Istat-Bankitalia, la ricchezza netta detenuta dalle famiglie si attesta a quasi sei volte il pil con una crescita nell’ultima annualità rilevata (2017) del 3.7% delle attività finanziarie detenute. Quale politica economica? Alcuni hanno invocato la ricchezza degli italiani come presupposto per un’imposta patrimoniale volta alla massiccia riduzione del debito pubblico. Noi non crediamo, tuttavia, che questa strada sia percorribile per due ragioni.

In primis un’imposta patrimoniale colpirebbe principalmente il patrimonio immobiliare, contribuendo all’impoverimento delle famiglie, amplificando la fase ciclica negativa, oltreché di un settore dell’economia, quello edilizio, che, come noto, fa da traino a molti altri settori economici. In secundis, un’imposta patrimoniale, in un contesto come quello italiano in cui l’evasione fiscale si attesta intorno ai 100 miliardi all’anno, presenterebbe problemi di equità verticale, ovvero non tratterebbe in modo diverso soggetti con caratteristiche fiscali diverse. Altri hanno proposto l’istituzione dei conti individuali di risparmio (Cir) che, similmente ai piani individuali di risparmio (Pir), pensati a indirizzare il risparmio privato italiano delle sole persone fisiche verso le imprese nazionali, intendono veicolare lo stock di ricchezza detenuto dai risparmiatori nazionali verso titoli del debito pubblico italiano, prevedendo una totale detassazione delle cedole e dei guadagni in conto capitale laddove i titoli vengano detenuti fino alla scadenza unitamente a una parziale deducibilità dal reddito imponibile del valore dei titoli a condizione che questi ultimi vengano detenuti fino alla scadenza.

Noi riteniamo, invece, necessario attivare forme di incentivazione al risparmio privato immediate e flessibili. La nostra proposta, pur condividendo le caratteristiche legate all’incentivazione fiscale dei Cir, si differenzia dai Cir in quanto non prevede che l’acquisto dei titoli avvenga nell’ambito di un rapporto di custodia con un intermediario bancario; ciò al fine di rendere più agile ed economico ai singoli risparmiatori l’accesso al mercato finanziario dei titoli di Stato. Noi proponiamo che qualunque italiano persona fisica residente sul territorio nazionale voglia sottoscrivere un qualsiasi titolo di Stato a partire dal novembre 2020 abbia l’esenzione totale dalla ritenuta del 12,50% unitamente ad una deducibilità dall’imponibile, al pari dei Cir, del 23% dell’importo investito, se i titoli verranno detenuti fino alla scadenza.

Qualora, per esigenze di liquidità, si decidesse di liquidare anticipatamente la posizione, fino alla metà della maturità del titolo, si avrebbe diritto a pagare metà imposta (6.25%) sulle cedole percepite e sull’eventuale guadagno in conto capitale, ma non si beneficerebbe della deduzione fiscale. Il restante beneficio fiscale del 6.25% sarebbe appannaggio di un eventuale altro acquirente purché italiano persona fisica residente. Le vendite effettuate prima della metà della maturità dei titoli fanno perdere qualunque tipo di beneficio fiscale. Non sarebbero previste emissioni speciali dedicate a tale scopo, ma tutti i titoli collocati dalla data di entrata in vigore del provvedimento, qualora sottoscritti da persone fisiche residenti, potrebbero essere utilizzati a tale scopo.

In tal modo, non si verrebbe a creare alcun effetto spiazzamento di questi titoli nei confronti di altri; la convenienza risiede nel differenziale esistente tra il rendimento lordo e quello netto per gli italiani che verrebbe altresì a rappresentare un premio per l’illiquidità richiesta. L’obiettivo immediato di questa proposta è quello di accrescere l’esigua quota di debito pubblico detenuto dalle famiglie italiane (attualmente imprese e famiglie hanno poco meno del 6%) a scapito delle banche e delle istituzioni finanziarie estere, che detengono il 30%, ma anche recuperando quanto ora in possesso di Bankitalia, Bce (circa il 20%) e settore bancario, finanziario e assicurativo interno (circa il 44%). L’obiettivo strategico è di essere preparati meglio al termine del quantitative easing.

Infatti, in quel momento, non solo le banche e le istituzioni finanziarie estere, ma anche quelle italiane, per esigenze di liquidità e di riequilibrio patrimoniale, potrebbero vedersi costrette a vendere i titoli italiani detenuti in portafoglio, provocando l’innalzamento dello spread con conseguente aggravio della spesa per interessi per lo Stato e difficoltà di collocamento dei nuovi titoli. In conclusone, questa proposta favorisce nel tempo la stabilità dello spread, porta a una maggiore sostenibilità del debito pubblico e garantisce un maggior grado di autonomia del nostro Paese dai mercati finanziari internazionali.