Il Covid-19, si è detto, è il primo virus globale; tutte le pandemie tendono a esserlo, ma questo virus è il primo che è riuscito a espandersi nel mondo globalizzato grazie alla velocità con cui ormai gli uomini si spostano e alla inestricabile interconnessione dei loro commerci e culture. Siamo tutti legati dalla medesima rete in questa minima sfera lanciata nello spazio; ma quel che appariva (e appare) meraviglioso sul piano della comunicazione sembra invece duro da accettare su quello della malattia e della responsabilità. Questo è un virus dal passo giusto: abbastanza violento per impaurire tutto il mondo e mettere in crisi i nostri apparati medici, ma abbastanza blando da non uccidere subito i suoi ospiti, e anzi molti lo portano in giro senza neanche saperlo. Il suo percorso può insegnarci molte cose.

Dapprincipio sembrava che fosse soltanto una delle epidemie che nel corso dei secoli sono arrivate in Europa dall’Oriente, ma ora è diventato un’onda che viaggia in senso contrario alla rotazione terrestre, risalendo i fusi orari. Perù e Cile hanno superato Italia e Spagna in numero di contagi, il Brasile e gli Stati Uniti sono in testa alla classifica. Sembrava una sfida tra giovani e vecchi, e sempre di più si rivela un marcatore economico: i Paesi ricchi si stanno stabilizzando mentre quelli poveri sono nel picco dell’infezione, anzi quelli africani forse solo all’inizio. L’India ha largamente sorpassato la Gran Bretagna; Iran, Messico e Pakistan contano più positivi di Francia e Germania. L’Europa tira un sospiro di sollievo per non trovarsi più nell’occhio del ciclone; ma se siamo tutti, letteralmente, abitanti dello stesso esiguo globo, perché da noi non si protesta contro le sottovalutazioni di Bolsonaro e Obrero, perché non si pensa a un serio piano di aiuti, mondiale, per il subcontinente indiano e l’America Latina? Perché già abbiamo anche troppi problemi, è la risposta.

Mentre sta davvero accadendo qualcosa di globale, il mondialismo balbetta e non sa trarre le conseguenze dalle proprie premesse. Anzi, prevalgono ovunque la difesa dei confini, il blocco delle frontiere, la proibizione degli spostamenti e dei voli. L’Europa “dai vecchi parapetti” ha la tentazione di chiudersi in una fortezza e si divide all’interno in tante fortezze minori (il focolaio nell’Ossola e il pericolo dei frontalieri…). I Paesi ricchi si difendono meglio perché hanno strutture più adeguate; se non hai acqua non puoi lavarti le mani, se in casa non c’è il frigo e fa molto caldo devi andare al mercato tutti i giorni, se non hai nemmeno un misero conto in banca devi pure assembrarti per recarti di persona a ricevere gli aiuti. Dove c’è più istruzione si seguono più convintamente le regole: Trump con la sua incoscienza è un granello di sabbia nell’ingranaggio ma con la sua arrogante sincerità svela i desideri profondi dell’Occidente; l’altro giorno in una conferenza stampa a Yuma ha dichiarato che il muro col Messico ha fermato anche il covid. Leggendo che in India, nelle Filippine, in bolsonaro o in Messico si sono verificati assalti a medici e infermieri accusati di diffondere il virus, nel cuore del buon borghese occidentale si riattiva il risentimento contro i “barbari”.

Certo, il paziente zero in Italia non è stato un migrante arrivato coi barconi, ma probabilmente qualche uomo d’affari in visita dalla Germania; certo, i cinesi possiedono ormai i grattacieli nel centro delle nostre città (e i bar di periferia, e innumerevoli botteghe dappertutto); certo l’assenza di danarosi turisti statunitensi farà piangere quest’estate lacrime amare ai nostri produttori del lusso. Ma, appena è possibile, un’umanissima xenofobia si incanala verso stereotipi più politicamente energici: si tirano sassi contro le trans brasiliane (residenti in Italia da anni), si confondono i bulgari coi rom, si teme che il contagio possa essere rinforzato da una nave delle Ong ormeggiata al largo. I poveri e i colorati sembrano più adatti a trasmettere infezioni.

Ma anche l’universalismo politicamente corretto abbonda in parole perché è in difficoltà sui fatti; di fronte al rischio della vita (o di una malattia grave) la diffidenza e il sospetto verso chi non si conosce è la più comprensibile delle reazioni. Ed è normale che le reazioni siano diverse a seconda delle culture di appartenenza. Una vera visione globale dei processi storici dovrebbe tenere presente, e valorizzare, le diversità di approccio e di soluzione, invece di schiacciarle tutte sotto un’idea astratta di “valori universali” non negoziabili. Anche di fronte all’emergenza covid, si dovrebbe restare aperti a discutere sui diversi modi trovati dagli Stati per calibrare salute ed economia, sicurezza e privacy; si dovrebbe ragionare laicamente sulla biodiversità politica che l’emergenza ha mostrato, tra democrazie che hanno commesso molti errori, Stati autoritari che hanno adottato provvedimenti corretti, socialdemocrazie dialoganti e comunismi che, come in Vietnam, hanno fornito ottima prova. Sovranismo e mondialismo non sono che pessimi riassunti.

La tecnologia e l’informazione, come la finanza, hanno bisogno di abbattere le frontiere e non sarà un virus, per quanto astuto, a invertire la tendenza. Si va incontro a una ristrutturazione dei poteri geopolitici, la nuova guerra fredda che si delinea all’orizzonte contrappone la Cina agli Stati Uniti; la paura della Bomba, che tenne l’altra guerra fredda in equilibrio, sarà sostituita dalla paura di fame e malattie. La cultura sarà forzatamente ibrida, le serie televisive e la musica saranno fusion come la cucina; non ci saranno maccartismi, i vertici dei due blocchi sono troppo economicamente interdipendenti.

Oscilleremo tra nazionalismi di parata che mascherano un globalismo di fondo o, se il conflitto si incattivirà, un globalismo retorico che sottintende la necessità di schierarsi, o di qua o di là. Globalismo e sovranismo, in quanto pseudo-ideologie da campagne elettorali, paleseranno sempre più la loro consistenza onirica.