C’è una prima immagine trasmessa dalla televisione italiana e c’è una data davvero d’avanguardia, lontana dall’anno di nascita ufficiale della tv nel nostro Paese. Non il 1954, ma il 1929. Alessandro Banfi e Sergio Bertolotti, entrambi ingegneri, si cimentavano allora con un disco di Nipkow in un laboratorio sperimentale dell’Eiar. E quindi non presentatori o vallette si affacciavano dallo schermo, ma una bambola di panno Lenci immobile e per certi versi inquietante. Ecco la prima immagine della tv italiana, e da lì una storia affascinante che si ferma con la guerra, raccontata da Tullio Camiglieri e Francesco Pontorno nel libro La preistoria della tv italiana (Europa Edizioni, euro 13,90).

«È facile prevedere che la televisione verrà ad apportare un rivolgimento completo in taluni campi della vita sociale: essa renderà inutili i viaggi in occasione di cerimonie e congressi, esposizioni: ciascun congressista ad esempio senza muoversi da casa potrà discorrere a quattr’occhi con un collega di Roma o Buenos Aires». Siamo negli anni ‘30 e a scrivere è Il Giornale d’Italia. Più che per la televisione, medium fondamentalmente passivo, sembra una previsione delle piattaforme di video conference, tanto più in epoca distanziata di Covid, quando ogni cosa è vissuta esclusivamente online. Tuttavia a rallentare e fermare lo sviluppo dell’industria televisiva italiana, saranno come detto la seconda guerra mondiale e altre urgenze storiche. Gli anni ‘20 e ‘30 furono però importanti per ricerca e sperimentazione televisiva, di questo si nutre il libro di Camiglieri e Pontorno.

Un mondo fascinoso, abitato da tecnici e ingegneri, attori tuttofare, maestranze e fabbriche nazionali che testavano le prime tecnologie, «perché se è vero che in altre nazioni già da anni si eseguono trasmissioni televisive per radio, è anche vero che queste trasmissioni italiane sono frutto di studi e brevetti italiani e che sono le più perfette», scrivevano le cronache di allora. Un viaggio che attraverso testimonianze e documentazione di legge, politica e stampa, fa rivivere cinquant’anni di tv nazionale, tra tentativi e realizzazioni dalla bambola del ‘29 al 1976, anno di nascita della tv privata. Quella della preistoria della tv italiana fu una condizione ancora acerba che però mostrava una certa forza. Un mezzo ancora incompreso se, come scrivono gli autori, «per molto tempo ancora non si avrà in Italia una definita idea dell’autonomia estetica della televisione rispetto al teatro, al cinema e allo spettacolo in genere.

L’idea più diffusa è quella di una televisione che riprendesse la realtà e la facilitasse, senza avere però caratteri e specificità artistici o giornalistici». Però a inizio giugno del ‘39 Mauro Janni annunciava sul Popolo d’Italia: «Abbiamo la televisione italiana. È arrivata sicura e decisa come sanno arrivare alla meta le realizzazioni del genio e del lavoro italiani. Dieci anni di studi ininterrotti, decine di milioni spesi più per un ideale che per un affare, centinaia di tecnici abilissimi stanno a dimostrare la serietà di questa magnifica conquista dell’industria italiana. Se fino ad oggi si è parlato della televisione italiana coniugando i tempi al futuro, ora possiamo impiegare il tempo presente».

La preistoria arriva però alla fine di un medium ormai in disuso e superato dall’avanzare velocissimo delle tecnologie digitali. Ogni cosa è cambiata radicalmente in fatto di schermo, la tv si è trasformata in “smart tv”, la televisione a orari e con programmazione si è fatta trasmissione di contenuti always on. La tv ha fatto la storia del nostro Paese, ha contribuito al suo sviluppo, nel bene e nel male. Ma oggi la sua principale sfida è confrontarsi e stare al passo con le nuove piattaforme video dagli infiniti contenuti e con i canali tematici. La tv deve trovare la sua nuova missione.