Un suk, una giostra del potere. La Rai “dei migliori” rimane, a voler essere buoni, quella di sempre. Ed è per di più slegata, scollegata con le istituzioni di riferimento del servizio pubblico. La defenestrazione di Mario Orfeo dalla Direzione Approfondimenti di viale Mazzini, il fulmine a ciel sereno che ha colpito il Nazareno, spacca in due il vaso di Pandora. E precipita l’ad Carlo Fuortes, per non dire della silente Presidente Marinella Soldi, nell’occhio di un ciclone improvviso ma non inatteso.

I tuoni si sentivano, eccome. E la tempesta che è arrivata, improvvisa come accade in estate, parla di una guerra interna che ormai è impossibile tenere nascosta. È una tempesta perfetta: cade nel mezzo di una guerra, a dieci giorni dal voto (e dunque in par condicio), irrompe sulla Festa della Repubblica trovando chiuso il Parlamento per quattro lunghi giorni, fino a lunedì prossimo. Due giorni dopo, mercoledì 8, è convocato il Cda della Rai: in quella sede Fuortes proverà a ricomporre lo sconquasso. La soluzione, scritta per ora a matita, vede il ritorno alla direzione del Tg3 di Mario Orfeo, che sarebbe sostituito agli approfondimenti giornalistici da Antonio Di Bella, e la direzione della fascia day time alla attuale direttrice del telegiornale della terza rete Simona Sala.

Ecco la quadra che il premier Mario Draghi ha sollecitato con forza dopo aver appreso, associandosi a quello “stupore” espresso dai Dem, la notizia dell’improvviso testacoda al vertice dell’azienda pubblica. Perché ci si creda o meno, Palazzo Chigi è rimasto al buio circa le manovre di viale Mazzini fino all’ultimo. Cioè fino a quando, l’altro ieri nel pomeriggio, Dagospia non ha pubblicato la decisione di Fuortes: rimosso Orfeo, sic et simpliciter. Ci si sarebbe aspettati almeno il rispetto di qualcuna delle regole della grammatica istituzionale: un contatto preventivo tra gli staff, una intesa su tempi e modi dell’operazione, magari addirittura la pubblicazione di un comunicato stampa ufficiale. Invece niente. Passano le ore, interviene la politica, ma l’ufficio stampa di viale Mazzini non riceve alcun ordine. Orfeo viene rimosso, come nei racconti di Solženicyn, senza una sola riga dei vertici che ne parli. Mentre viene invitato a raccogliere gli oggetti personali e a liberare l’ufficio, dalla comunicazione Rai emettono una nota di Fuortes che saluta “Cartoons on the bay”, la rassegna dei cartoni animati sulla spiaggia di Pescara. Il genere in cui si iscrive questa vicenda, in effetti, è quello.

Comico, se non fosse drammatico, il quadro di una Rai allo sbando in cui si fatica a capire i processi, a leggere le scelte. E in cui due guerre di potere diverse si incrociano sulle teste degli italiani. La prima è quella tra due aree del Pd, artefice e insieme vittima di questa storia. Perché in quota Pd – vicino a Walter Veltroni e a Goffredo Bettini – è considerato Carlo Fuortes. In quota Pd è Mario Orfeo – vicino a Dario Franceschini, e prima ancora a Matteo Renzi – e in quota Pd è Simona Sala. Di Bella viene dalla stessa scuola ed è stato considerato per anni pietra angolare dell’accordo tra Dem e M5S. «Il regolamento di conti nasce nel dicembre 2021 con le tensioni che riguardano, a Roma, Goffredo Bettini», ci suggerisce un parlamentare dell’area. «Da quando si è prodotta la frattura per la guida della Fondazione Cinema per Roma, è stata dissotterrata un’ascia di guerra».

Era il 5 dicembre scorso quando Bettini rassegnò – anche in quel caso, improvvisamente – le sue dimissioni irrevocabili dall’ente capitolino, allontanandosi dal vertice Zingaretti-Franceschini-Letta. Qualche mese da separati in casa ed ecco alimentata, sottobanco, la tensione. C’è chi la mette anche sul piano personale, come un dirigente Rai che ci confida: «Fuortes e Orfeo sono due prime donne, due maschi alfa. Difficile per entrambi mettersi d’accordo, inevitabile arrivare allo scontro». Ma forse c’è dell’altro. L’iperattività di Mario Orfeo, deciso a onorare il mandato ricevuto dal Cda e a rinnovare davvero format e palinsesti, ha creato dissapori trasversali. La sua guida alla Direzione Approfondimenti, che sta vivendo ancora la sua fase di prima sperimentazione, a qualcuno è parsa ingombrante. Ed era forse inesorabile. Aveva in agenda la riorganizzazione degli ospiti – oggi gestiti senza troppa trasparenza – e degli spazi. Lunedì 6 aveva in agenda una riunione con Bianca Berlinguer e i suoi autori per rimodellare, ridefinire la trasmissione, nel mirino di molti per i tanti opinionisti filorussi in studio. Riunione saltata, ovviamente. Decisione rimandata a chissà quando.

Ma ecco che una fonte autorevolissima ci chiarisce meglio cosa sta accadendo dietro le quinte: «C’è una guerra tra le due grandi scuderie degli ospiti, tra gli agenti che hanno preso sempre più potere e finiscono per incidere sulla linea delle trasmissioni». Orfeo ha valorizzato dei “talent”, come si dice in gergo, della scuderia di Beppe Caschetto. E non della scuderia di Lucio Presta. Quest’ultimo, kingmaker delle ospitate televisive, è molto amico di Giuseppe Pasciucco, ex Cfo in Rai ai tempi di Salini. Presta e Pasciucco sarebbero molto amici. Tanto da condividere il tempo libero, portandosi le famiglie in vacanza insieme. Presta si sarebbe lamentato sempre di più con l’amico: in Rai si stanno chiamando più spesso gli ospiti rappresentati da Caschetto. Chiaramente è un danno economico. Pasciucco ne parla con Fuortes. L’Ad ha messo insieme le voci che gli arrivano sulla scrivania in un cahier de doléances e preso la decisione, pare su due piedi, di liquidare Orfeo. Lo avrebbe fatto senza considerare il paracadute della diversa assegnazione per il giubilato – opzione necessaria, in questi casi – di cui infatti per diciotto ore non ha parlato nessuno.

Ha telefonato a Francesco Giavazzi, che per il Mef sovrintende le nomine, ed ha così ottenuto un via libera informale dal Tesoro, formale azionista di riferimento della Rai. Sui contorni, è giallo: Giavazzi riteneva fosse ancora solo un progetto da modellare? Aveva avuto assicurazioni su una corretta definizione degli accordi, poi forse bruciati da una fuga di notizie a Dagospia? È possibile. La certezza è che la notizia a Palazzo Chigi è arrivata quando ormai i buoi erano usciti dalla stalla. Draghi avrebbe telefonato, infuriato, a Giavazzi. E poi avrebbe convocato Roberto Garofoli, sottosegretario alla Presidenza del consiglio, e il capo di gabinetto, Antonio Funiciello. Davanti a loro avrebbe infine chiamato l’Ad Rai: «Vai avanti ma risolvi l’impasse». Non è escluso che da quella telefonata sia arrivata anche una ipotesi di soluzione come quella adottata. Dal Pd si è fatto sentire Franceschini, chiamato a sua volta da Enrico Letta. Dal Nazareno sarebbero partite due telefonate simmetriche, verso Fuortes e Orfeo, sulla falsariga di quella di Draghi: «Non esagerate. Adesso trovate una quadra, ricucite».

Il presidente della commissione di vigilanza Rai, Alberto Barachini, Forza Italia, chiede a Fuortes di correre a riferire. Ma correre, nel pieno del ponte del 2 giugno, significa aspettare cinque o sei giorni. E l’8 si riunisce il Cda: un percorso strettissimo, per intervenire. «Mai nessun direttore generale e amministratore delegato – scrive in una nota il segretario della Vigilanza, l’on. Michele Anzaldi di Italia Viva – aveva agito in questo modo. Possibile che il Cda, dove la nomina di Orfeo era passata, non abbia ancora preteso trasparenza? Possibile che nessuno dei soggetti istituzionali preposti a vigilare sull’operato dell’Ad abbia ancora ricevuto nessuna comunicazione? La presidente del Cda Soldi esercita in questo modo il mandato ricevuto da Governo e Parlamento?».

P.S. Domande che attendono risposta, alle quali se ne potrebbe aggiungere una nostra, più modesta: in tutto questo casino generale, possibile che rimanga in piedi il conduttore che strizza l’occhio ai No vax, quello che ha mandato messaggi minacciosi ai parlamentari, quello che ha ricevuto un richiamo disciplinare formale, quello che si è preso la lavata di capo dalla procura di Caltanissetta? Mentre tutto cambia, c’è un vicedirettore inamovibile. Sarebbe interessante capire perché.

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.