Specchiettista in uno degli omicidi che hanno insanguinato la breve e cruenta faida di camorra tra la ‘paranza dei bimbi‘ e il clan Buonerba, i ‘Capelloni’ di via Oronzio Costa, ribattezzata la strada della morte, quella dove la notte del 2 luglio 2015 venne ucciso a 19 anni Emanuele Sibillo, a capo di un giovane gruppo criminale che si era messo in testa di conquistare il centro storico di Napoli.

Luca Mazzone all’epoca aveva 24 anni e giocava a calcio. Era un difensore centrale di un club che militava nel campionato di Eccellenza molisana. La mattina lavorava in un bar in via Simone Martini al Vomero e la sera come guardia giurata non armata per una società di vigilanza. In mezzo alla settimana i due allenamenti con la squadra e la partita il weekend.

Viveva nella zona di Porta Capuana, non molto distante da via Oronzio Costa, quartier generale dei ‘Capelloni’, famiglia da decenni dedita allo spaccio di stupefacenti. Luca era molto amico di Gennaro Buonerba che, dopo la morte del padre e l’arresto della madre, aveva preso in mano la gestione della base di droga sotto casa. Sono cresciuti insieme, stesse scuole, poi strade sulla carta diverse: il primo a inseguire il sogno di affermarsi nel mondo del calcio, il secondo con l’idea di fare la bella vita con la malavita.

Luca il 30 luglio del 2015 si trovava a casa Buonerba, luogo che frequentava spesso. C’era andato dopo il lavoro al bar. Erano le 18 quando la sorella di Gennaro, Assunta, rientra e avverte della presenza in piazza Mancini (distante diverse centinaia di metri da via Oronzio Costa) di Salvatore D’Alpino, 36enne legato alla ‘paranza dei bimbi’ (il cartello di clan composto dalle famiglie Giuliano-Sibillo-Amirante-Brunetti). D’Alpino riscuoteva per la paranza, colpita nelle settimane precedenti da una retata della polizia con oltre 60 arresti, il pizzo delle bancarelle presenti nel mercato popolare della Duchesca. Dopo la maxi-operazione, i Buonerba decisero di non pagare più il pizzo dello spaccio alla ‘paranza’ indebolita, iniziando una guerra che nel giro di appena due mesi ha registrato omicidi e agguati, alcuni dei quali avvenuti proprio sotto la loro abitazione.

“Questa occasione ce la manda il  padreterno” commenta Susetta. Il gruppo di fuoco del clan si prepara e scende dopo pochi minuti per raggiungere la pizzetteria dove si trovava la vittima.

Luca, che stava giocando a carte con Gennaro e gli altri ragazzi presenti, resta in casa con un ruolo preciso stando a quanto ricostruito dalle indagini della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli condotte dai pm Francesco De Falco ed Henry John Woodcock. Nell’appartamento c’e infatti una microspia e gli inquirenti intercettano in diretta la preparazione e le fasi successive all’omicidio.

Luca viene incaricato di fare lo ‘specchiettista’ delle ‘guardie’, ovvero affacciarsi al balcone di via Oronzio Costa per segnalare, nel momento in cui il commando armato scende in strada, l’eventuale passaggio delle forze dell’ordine. L’omicidio si concretizza alle 18.40: Salvatore D’Alpino muore in ospedale mentre nell’agguato viene ferito in modo non grave anche un altro uomo, Sabatino Caldarelli.

Le indagini fanno il loro corso e nell’ottobre dello stesso anno viene arrestata la paranza del clan Buonerba. Tra loro c’è anche Luca, incastrato dalla cimice ambientale e da una frase pronunciata da Assunta Buonerba (“Luché dai un occhio“). Nel corso degli anni viene condannato in via definitiva a 21 anni di carcere per concorso in omicidio. Lui si è sempre proclamato innocente e rispetto a Buonerba e compagni, ha scelto il processo con rito ordinario proprio per dimostrare la sua non colpevolezza. Gli altri, con l’abbreviato, hanno avuto la stessa condanna di Luca ‘grazie’ al riconoscimento delle attenuanti generiche e all’esclusione della premeditazione.

Luca oggi ha 29 anni ed è detenuto nel carcere di Cuneo dopo le esperienze a Poggioreale e Santa Maria Capua Vetere (Caserta). Ha in corso un altro processo per associazione mafiosa e la sua famiglia, attraverso il fratello Eduardo, ha voluto ricordare la sua storia. “Mio fratello è colpevole per aver continuano una frequentazione sporadica con queste persone” ha spiegato Eddy nell’intervista-video al Riformista che vi proponiamo. “Si trovava al posto sbagliato nel momento sbagliato ma lui non è un camorrista, faceva due lavori al giorno, giocava a pallone, amava la sua fidanzata e si era comprato un’auto a rate cosa che non fa chi sceglie la malavita”.