Ci risiamo. Milano è ancora una volta ferita dall’ennesimo sabato di passione, dove il confronto democratico è stato di nuovo sequestrato da chi, della democrazia, fatica a comprendere l’alfabeto elementare: il rispetto per l’altro. Le cronache ci consegnano il solito bollettino di guerra che vede protagonisti i centri sociali e le sigle dell’antagonismo, incapaci di scendere in piazza senza trasformare il dissenso in guerriglia.
Il copione è stantio, eppure drammaticamente attuale.

I cortei contro i Patrioti europei sono degenerati nel consueto rituale di bottiglie, fumogeni e tentativi di sfondamento dei cordoni di sicurezza. A farne le spese, come sempre, chi in strada ci sta per dovere: le forze dell’ordine. Ma la deriva non è solo locale, il clima di violenza è diventato un’epidemia nazionale. Proprio nelle stesse ore, in un corteo degli anarchici a Roma, la tensione è esplosa con ferocia. L’episodio più grave tocca un vertice della sicurezza, con il vice dirigente della Digos della Questura capitolina colpito in pieno da una bottiglia di vetro lanciata dai manifestanti. Un gesto che non è né politico né sociale, ma puramente delittuoso. È l’ennesima dimostrazione di come una certa sinistra extraparlamentare non riesca a mantenere un profilo moderato e pacifico, finendo per delegittimare anche le istanze più condivisibili, come la difesa dei diritti civili o la solidarietà internazionale in un gorgo di cieco odio ideologico. Quando si agita un mazzo di chiavi contro la violenza di genere ma si risponde con la forza bruta alla polizia, si cade in un paradosso logico che non ammette giustificazioni.

Dall’altra parte della piazza, sotto l’ombra del Duomo, il clima è stato certamente più ordinato dal punto di vista della pubblica sicurezza, ma non per questo meno problematico sotto il profilo del linguaggio politico. Se è vero che la Lega e il gruppo dei Patriots hanno mantenuto lo scontro sul piano verbale, è altrettanto vero che la ricerca del giusto equilibrio appare ancora un miraggio per molti esponenti del Carroccio.
Il ministro Valditara ha parlato di “orgoglio di una civiltà”, evocando i valori universali di libertà e democrazia e rivendicando un “sano patriottismo”. Tuttavia, è difficile conciliare l’alto profilo istituzionale con le uscite di chi, come Silvia Sardone, eurodeputata e vice segretario della Lega, ha preferito la via dell’insulto sguaiato. Commentando l’uso degli idranti per respingere i manifestanti violenti, Sardone ha chiosato con un sarcastico “le zecche si sono finalmente lavate”.

Se da un lato abbiamo la deriva violenta di chi usa il corpo e gli oggetti per imporre la propria visione, dall’altro assistiamo a un imbarbarimento retorico che scende allo stesso livello degli antagonisti. Definire “zecche” i propri avversari, seppur violenti e condannabili, non è solo una caduta di stile, è la rinuncia definitiva a quella funzione pedagogica che la politica dovrebbe esercitare. L’Italia meriterebbe delle piazze capaci di dire “no” al razzismo senza lanciare pietre, e una classe dirigente capace di difendere l’ordine pubblico senza scadere nel fango degli epiteti da stadio. Finché il dibattito resterà schiacciato tra il lancio di bottiglie e l’insulto becero, a perdere sarà solo quella democrazia liberale che entrambi gli schieramenti dicono di voler proteggere.