Non è vero che l’abito non fa il monaco, diceva il semiologo francese Roland Barthes. L’abito, quindi ciò che appare, l’elemento di realtà sono elementi fondamentali se si vuole comprendere ciò che accade. Sempre più spesso, invece, nel giornalismo italiano si tende a negare l’evidenza e pur di affermare le teorie più assurde, i fatti passano in secondo piano. Fa più fico, fa più trendy e quindi siamo costretti a sentirne di tutti i colori.

Se questo accade per gli eventi più disparati (ormai non si salva quasi più nulla, anzi non si salva davvero nulla) il terreno privilegiato resta quello della mafia. Si sostituisce l’inchiesta con il complotto, la conoscenza con ricostruzioni che tendono a negare quello che è sotto gli occhi di tutti. Matteo Messina Denaro è stato arrestato dai Ros? Sì, ma… e via alle narrazioni più bislacche. Anche questa semplice verità – la sua cattura da parte dei carabinieri – viene passata al setaccio delle proprie convinzioni, delle proprie certezze, dei propri sospetti anche se non verificati. Nasceva così anni fa la teoria sulla trattativa Stato-mafia che continua ad aleggiare come uno spettro impedendo di sapere che cosa sia accaduto in questi anni. Si vuole scoprire e si cela, si vuole andare a fondo e si nega ciò che è scontato.

È come se il giornalismo si trovasse davanti a un bivio, a un crinale. Nel suo Dna c’è la necessità ontologica di andare a fondo, di scoprire, di conoscere ciò che si nega. Ma questa tensione, più che giusta, doverosa, è stata sostituita dal complottismo, da ricostruzioni che perdono, via via, il legame con i fatti, con ciò che la realtà ci restituisce. Il confine è sottile, oscillante, a volte difficile da individuare. Ma per chi fa questo mestiere ci dovrebbe essere un lume guida da non abbandonare mai: l’abito del monaco, il segno, i fatti. Ma più ci si discosta da questo piano, più si rompe il filo, più queste teorie hanno successo, prendono piede, attecchiscono nelle convinzioni popolari. È un cane che si morde la coda: il complotto nutre il senso comune e dal senso comune trae a sua volta alimento, linfa vitale per non sparire. È una forma assoluta di irrazionalità, un atteggiamento che nega il rapporto causa-effetto e si affida al mistico, al religioso, al divino privato di spiritualità. In questi giorni nelle televisioni italiane hanno trionfato due eventi: la morte di Ratzinger e la cattura di Matteo Messina Denaro.

Il modo in cui questi fatti sono stati raccontati ci aiuta a capire quale sia il mood dominante. Il funerale di Benedetto XVI è diventato il trionfo di una cultura pagana, di una religione senza dio proprio nel momento in cui si diceva di volerlo celebrare, in cui si faceva finta di essere in sintonia con la fede. Invece in quelle immagini, in quel culto della personalità che abbiamo visto a reti unificate non c’era la fede, non c’era sicuramente la cultura del Concilio Vaticano Secondo. Si doveva andare a fondo, capire, aiutare a comprendere che cosa stesse accadendo. Si è preferito sussumere – quasi divorare – il lutto e il cordoglio nella società dello spettacolo: anche in questo caso gli elementi di realtà sono stati cancellati, storpiati e utilizzati per una narrazione falsificata, non aderente a ciò che Ratzinger ha fatto, ha rappresentato, ha teorizzato.

Si è per esempio teso a celare le sue posizioni profondamente reazionarie o il fatto che non fosse voluto andare a fondo contro la pedofilia nella chiesa o che comunque volesse una liturgia che stabilisse una distanza con il popolo. Il meccanismo è lo stesso che poi abbiamo visto in azione con l’arresto di Matteo Messina Denaro. La società dello spettacolo anche in questo caso sta vincendo su tutto. Guy Debord lo aveva capito già negli anni Sessanta quando sapeva che il conflitto capitale-lavoro sarebbe entrato dentro la dimensione dell’immaginario, del sistema mediatico. È in questa sfera, in questa trasformazione che ci colloca la “perdita di realtà”, quell’incapacità – riprendendo il titolo di un libro di Roland Barthes L’ovvio e l’ottuso – di fermarsi all’ovvio senza volerlo per forza distorcere, ma facendolo proprio, come base per ogni interpretazione, per ogni comprensione.

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Vicedirettrice del Riformista, femminista, critica cinematografica