Gli ultimi tre papi si sono scagliati contro le mafie. Al 1993 risale l’anatema lanciato da Giovanni Paolo II («Convertitevi, un giorno verrà il giudizio di Dio»), seguito dalle parole di condanna di Benedetto XVI («La mafia è strada di morte») e dalla scomunica stabilita da Francesco («Non si può credere in Dio ed essere mafiosi»). In tutti e tre i casi i pontefici non hanno usato toni violenti o volgari: è bastata la loro autorità morale e, prima ancora, la loro autorevolezza. Il discorso è diverso per Vincenzo De Luca che da un lato cita Bergoglio per stigmatizzare l’uso distorto della comunicazione, ma dall’altra cede alla tentazione di insultare governo, avversari politici e contestatori.

Nel delineare il sempre più grave quadro della pandemia in Campania – quasi 3mila e 200 i nuovi positivi a fronte di circa 16mila tamponi – il governatore ha citato Fratelli tutti, la recente enciclica in cui papa Francesco analizza anche l’attuale sistema della comunicazione. De Luca ha preso in prestito le parole del pontefice per criticare «l’ignobile esercitata sulla vita degli altri», la perdita di pudore da parte delle ideologie, l’incapacità di ascoltare e dialogare. Alla fine ha evidenziato come la politica abbia smarrito la dignità del linguaggio. Tutto vero, è innegabile come oggi l’informazione e la comunicazione politica tendano a essere sempre più aggressive e a delegittimare gli interlocutori anziché a comprendere i cortocircuiti della società contemporanea per poi stimolare un dibattito serio sulle possibili soluzioni.

Come spesso accade, però, De Luca predica bene, ma razzola male. Anche malissimo. Di quel linguaggio criticato perché ritenuto poco dignitoso, infatti, è infarcita la strategia comunicativa del governatore. Ieri se n’è avuta l’ennesima prova. Un minuto prima di citare Bergoglio, De Luca si è scagliato contro «sindaci che sono autentiche nullità» e che «dovrebbero essere affidati ai servizi sociali». Per non parlare della «bambina ogm, cresciuta dalla mamma con latte al plutonio», così definita perché insofferente alla didattica a distanza. Dopo aver citato Bergoglio, invece, De Luca ne ha avuto per la ministra Lucia Azzolina, bollata come «pappagallo» per il fatto di aver più volte ribadito la volontà di tenere aperte le scuole; contro il governo Conte, sostenitore della «logica del mezzo-mezzo» e cioè di misure anti-Covid mai risolutive; degli esercenti che, davanti alla sede della Regione, hanno inscenato quella che il governatore ha definito «pagliacciata» per poi invitarli a passare da quelle parti solo per ringraziarlo.

De Luca ci ha abituato a un linguaggio che, in un’intervista al Riformista, l’ex guardasigilli Clemente Mastella ha definito «meteoritico». Se, da una parte, quelle parole sono indice della risolutezza con la quale il governatore ha affrontato l’emergenza sanitaria ed economica fin dal primo momento, dall’altra rivelano uno spirito tutt’altro che dialogante ed ecumenico, dunque lontano anni luce dall’enciclica papale alla quale attinge. Conoscendo De Luca, c’è da meravigliarsi del fatto che non abbia rivendicato la paternità delle parole usate da Bergoglio. Ciò che preoccupa, in realtà, è la mancanza di rispetto per il disagio altrui (evidente nel caso di bambini costretti a casa e ristoratori costretti alla chiusura) e la tendenza a esasperare i toni (salvo poi censurare il linguaggio poco dignitoso della politica). Sappia, il governatore, che così non si va da nessuna parte: la Campania non ha bisogno di insulti e di polemiche, ma di idee e soluzioni.