Nei giorni in cui si approva una (timida) riforma del CSM, attraverso la quale si spera di iniziare a superare deprecabili prassi correntizie e corporative, e a poche settimane dai referendum sulla giustizia che, sia pure con le imperfezioni dello strumento, provano ad avviare un riallineamento dei rapporti tra politica e magistratura, forse non è inutile tornare sul tema del garantismo. Se infatti la magistratura esonda spesso dai suoi ambiti, anche la politica ci mette del suo, delegandole spazio e perfino scelte. Dovrebbe essere oggetto di riflessione pubblica l’eccessiva frequenza di inchieste penali che colpiscono politici e che si concludono con assoluzioni con formula piena.

D’altra parte, la politica si è attrezzata con norme statali (come la legge Severino) o di partito (come i codici etici di alcuni partiti) che sono in scarsa sintonia con la Costituzione, dando un forte rilievo ad alcune condizioni di non colpevolezza come quelle dell’indagato, del sottoposto a misure restrittive, del rinviato a giudizio del condannato in via non definitiva. Nonostante ciò, le inchieste della magistratura continuano a determinare profondi effetti politici. Il problema è generale ma ciò che accade in casa PD in Campania è davvero emblematico, perché tra le parole e i fatti c’è un abisso di incoerenza. L’ultimo caso è quello di Vincenzo Figliolia, tra i migliori sindaci della Campania che, recentemente indagato, avrebbe trovato un muro di gomma che gli avrebbe impedito di ricandidarsi come consigliere (per raggiunto tetto di mandati da sindaco) con il simbolo del partito.

Eppure, recentissima è la vicenda del parlamentare europeo Giosi Ferrandino, assolto con formula piena dall’accusa di aver preso tangenti, tanto da far dire a Gianni Pittella parole pesanti: “ancora una volta nessuno pagherà per questo errore marchiano”. E sembra già dimenticato il calvario di Antonio Bassolino, diciannove assoluzioni e una carriera finita da tempo. Nulla dice, evidentemente, neanche la vicenda di Ernesto Fabozzi, casertano, consigliere regionale della Campania, le cui vicende sono state seguite a più riprese da questo giornale: condannato in prima grado per gravi reati è stato poi assolto con una motivazione in cui i giudici furono particolarmente critici verso la ricostruzione accusatoria. Nel suo caso, nove anni con sospetti infamanti e una carriera distrutta.

Forse qualcuno ricorda ancora la vicenda del suo conterraneo Nicola Caputo, attuale assessore regionale, che nel 2013 stravinse le “parlamentarie” PD a Caserta ma a causa della sua condizione di indagato fu dislocato in posizione non utile per l’elezione mediante una poco rituale decadenza della deroga a candidarsi che gli era stata concessa (in quanto consigliere regionale). Queste e altre vicende hanno tutte in comune un partito mai sentito come vicino dagli indagati, ed anzi dirigenti che hanno preso le distanze nel momento umanamente più difficile per un loro iscritto che ricopriva cariche elettive. Un partito che ha ancora sulla coscienza il caso più eclatante, il tragico suicidio di Giorgio Nugnes, proprio alla nascita del Partito Democratico: nel 2017, il figlio Tommaso dal palco del Lingotto, dove anni prima era nato il partito, avrebbe chiesto più rispetto per gli indagati. Inutilmente. Visto che il partito continua a chiedere l’immancabile passo indietro per valutazioni di “opportunità politica” o, in qualche caso, senza neanche motivare.

Eppure, il suo codice etico, già frutto di un scelte meno garantistiche rispetto alla Costituzione e perfino alla legge (Severino), non preveda alcun limite per gli indagati. Dietro fanno capolino vecchie e irrisolte questioni: una subalternità o eccessiva vicinanza a certa magistratura inquirente, la tendenza a offrire risposte emergenziali, l’incapacità di affrontare l’opinione pubblica su posizioni garantistiche, in qualche caso perfino il tentativo di approfittare dello stato di debolezza altrui. Così il Partito Democratico dimentica di essere una comunità di diritto e abdica al primato della politica che proclama a gran voce. Ma in qualche caso applica un metro diverso: a Vincenzo e Piero De Luca sono state concesse candidature in contrasto con il codice etico, nonostante il primo fosse condannato in primo grado e il secondo rinviato a giudizio. Opportunità sì, ma a corrente alternata.