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L’IA rischia di svuotare l’uomo: le religioni devono tornare protagoniste
L’esperienza religiosa può essere il punto di partenza per elaborare un linguaggio alternativo per pensare e parlare di Intelligenza Artificiale. Un linguaggio capace di immaginare un’idea di società dove l’uomo non sia al servizio della tecnologia ma possa ritrovare il senso stesso del proprio essere e invertire, per quanto possibile, il processo di frammentazione che lo rende alieno a sé stesso
La “rivoluzione antropologica” che ci impone l’Intelligenza Artificiale ci richiede di pensare, immaginare e mettere in pratica un nuovo paradigma. Una via possibile per uscire dallo sterile dibattito normativo, emotivo e moralistico vede le religioni porsi come protagoniste del dibattito. Un quadro di regole chiare è fondamentale per orientare l’uso e i confini di questa e altre tecnologie. Ma le norme da sole non bastano, e non è un caso che l’enciclica Magnifica Humanitas punti a ricordarci che il tema non è solo tecnologico e neppure meramente economico. L’urgenza è pensare a un’inedita dimensione relazionale che non rifiuti l’innovazione, che non sia schiacciata sull’emergenza e sul far fronte alla rapidità dello sviluppo, ma punti a salvaguardare la nostra umanità come obiettivo primario.
Che la dimensione digitale imponga riflessioni e susciti interrogativi quasi ultimativi non è fatto nuovo. Così come è evidente che non sono gli esperti gli unici tenuti a fornire possibili soluzioni. Quando si parla di materiale umano, di conservare un’identità e tutelare soprattutto i più esposti alla pervasività del digitale, nessuno può tirarsi indietro. Si tratta di ripensare dalle fondamenta un’intera civiltà, quella stessa civiltà occidentale che sul primato dell’individuo e della sua libertà ha costruito la sua stessa ragion d’essere. Serve una bussola morale condivisa che aiuti a guidare questo processo di trasformazione antropologica. Le religioni, pur nella fragilità imposta dal secolarismo nichilista del nostro mondo, possono ancora essere il perno di una collaborazione su larga scala. Con un certo deciso pragmatismo, ma soprattutto con una visione etica di lungo respiro e una voce inedita capace di richiamare i player di ogni livello, pubblico e privato a una maggiore responsabilità etica.
L’Intelligenza Artificiale non è più semplicemente una questione tecnica. È, al contrario, una forza civilizzatrice capace di ridisegnare il sapere, l’autorità, la formazione e la conoscenza dell’essere umano su larga scala e la stessa partecipazione ai processi democratici grazie all’influenza che esercita sull’opinione pubblica. E, come ricorda Michel Onfray, solo le religioni hanno ancora la forza per fondare una civiltà. Tramontate queste, resta solo il declino. I punti critici sono evidenti: la difficoltà a elaborare chiari e affidabili processi di comprensione delle informazioni e degli eventi, la vulnerabilità delle future generazioni che si formeranno in questo contesto di conoscenza e appartenenza liquida. La proliferazione della violenza, dell’odio e della polarizzazione favorita dalla costante manipolazione digitale di ogni possibile oggettività. È proprio su questo terreno che le religioni possono proporre alle proprie comunità una diversa narrazione che riporti al centro l’umano. Un patto tra fedi, istituzioni, aziende, organizzazioni e comunità può ricostruire un ponte capace di colmare il divario tra gli sviluppatori tecnologici e coloro che rivestono, in un certo senso, il ruolo di “guardiani” per immaginare e realizzare una governance morale dell’Intelligenza Artificiale. Che sia sviluppata su una corretta conoscenza e che preveda proposte non solo normative, certamente necessarie, ma un coinvolgimento diretto e pratico delle comunità umane.
Se i leader spirituali hanno ancora un qualche genere di influenza, questo è il momento in cui questo impegno può e deve essere messo in campo per stimolare, in primo luogo, le istituzioni e la politica a pensare e progettare strumenti partecipativi e democratici che permettano al cittadino un accesso trasparente e diretto ai servizi, senza il pericolo di manipolazioni dei dati o di interferenze da parte di poli di interesse e di oligopoli finanziari. Un patto di questo genere rappresenterebbe dunque una prospettiva concreta di lavoro e confronto globale che agisca su un altro tema fondamentale: il linguaggio e la narrazione. L’esperienza religiosa può essere il punto di partenza per elaborare un linguaggio alternativo per pensare e parlare di Intelligenza Artificiale. Un linguaggio capace di immaginare un’idea di società dove l’uomo non sia al servizio della tecnologia ma possa ritrovare il senso stesso del proprio essere e invertire, per quanto possibile, il processo di frammentazione che lo rende alieno a sé stesso.
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