L'intervista
L’imprenditrice iraniana adottata da Roma: “Il popolo è abbandonato, molti confidano solo in Netanyahu. Mia sorella uccisa dai Pasdaràn, mi raccontava le torture nel carcere di Evin”
Fatima Hassani Ghaemmaghami, imprenditrice iraniana, è stata adottata da Roma quando aveva appena quaranta giorni di vita. Ma è rimasta legata a doppio filo alle vicende storiche e politiche del suo Paese, nel quale ha continuato a tornare da dissidente. L’ultima volta è stata arrestata e ha rischiato l’impiccagione. Salvata senza sapere come, è riuscita ancora una volta a tornare in Italia. Non ha avuto la stessa sorte sua sorella, Mahsa Hassani, uccisa dai Pasdaràn con un colpo di pistola alla fronte.
Che Iran vede oggi?
«Vedo un popolo totalmente abbandonato a se stesso. Deluso da Donald Trump, che aveva alimentato speranze poi disattese. Oggi molti iraniani confidano solo in Netanyahu e in se stessi. Chiedono di combattere contro Pasdaràn e Basij. Hanno capito che nessuno farà il lavoro al posto loro».
Quale futuro immagina dopo la caduta del regime?
«Servirà una lunga transizione. Il 70% degli iraniani non ha mai conosciuto la libertà: è nato e cresciuto sotto una dittatura. Per questo Reza Pahlavi può essere la figura della transizione. Poi dovrà essere il popolo, attraverso un referendum costituzionale, a scegliere la forma dello Stato. Un po’ come avvenne in Italia dopo la Liberazione».
Perché l’opposizione fatica a emergere?
«Perché viene sterminata. È difficile organizzare una resistenza quando il prezzo è la morte. Ho visto le strade di Teheran macchiate di sangue. Tra quel sangue c’era anche quello di mia sorella. Il 7 gennaio è stata uccisa con un colpo alla fronte. Era la figlia di un ammiraglio che aveva servito l’Iran. Nemmeno questo l’ha salvata».

Le esecuzioni continuano?
«Sì. Solo negli ultimi mesi si contano oltre mille esecuzioni. Molti arrestati durante le proteste vengono rinchiusi nel carcere di Evin e condannati successivamente. Mia sorella era stata detenuta proprio lì e mi raccontava delle torture: sigarette spente sulla pelle di ragazze di trent’anni. È una realtà che continua ogni giorno».
Lei vive in Italia da sempre, ma continua a definirsi iraniana. Perché?
«Perché lo sono. Sono arrivata in Italia a quaranta giorni, attraversando il Pakistan in braccio a mia madre e a mia nonna, per sfuggire alle persecuzioni. Ma quando mi chiedono da dove vengo rispondo sempre: sono iraniana. Non persiana. Sono orgogliosa di esserlo e vorrei rinascere iraniana, ma in un Paese libero».
È delusa dagli Stati Uniti?
«Profondamente. L’accordo raggiunto lascia il popolo in ginocchio. Le città sono distrutte, l’inflazione è alle stelle, mentre al regime vengono restituiti miliardi di dollari. Significa più persecuzioni, più arresti, più sangue. Gli iraniani sperano di ricevere armi attraverso Iraq, Pakistan o il Mar Caspio. Se la comunità internazionale non interviene, sarà questa l’unica strada».
Israele rappresenta ancora un punto di riferimento?
«Sì. Per storia, tradizioni e cultura considero Israele il popolo più vicino all’Iran. È un legame profondo che molti in Occidente ignorano».
In Italia c’è sufficiente consapevolezza di ciò che accade?
«No. C’è ancora molta ignoranza. Molti non sanno nemmeno dove sia l’Iran. Confondono gli iraniani con i talebani o pensano che siamo un popolo tribale. In realtà abbiamo una civiltà millenaria, una letteratura straordinaria e una storia completamente diversa rispetto ad altri Paesi della regione».
Durante il blackout di Internet come riusciva ad avere notizie?
«Attraverso amici che riuscivano a comunicare con reti VPN. Anche con Internet oscurato trovano sempre un modo per comunicare. È un popolo di ingegneri, tecnici, persone molto preparate».
È vero che molti giovani stanno abbandonando l’islam?
«Sta crescendo il ritorno allo zoroastrismo, la religione dell’Iran preislamico. I giovani riscoprono le proprie radici culturali e vogliono anche liberare la lingua persiana dalle tante parole arabe introdotte nei secoli. È una ricerca identitaria prima ancora che religiosa».
L’Iran era diverso prima della rivoluzione islamica?
«Molto diverso. Con Reza Shah il velo era stato abolito. Successivamente suo figlio consentì nuovamente di indossarlo, una scelta che molti considerano un errore. Ma l’Iran era un Paese moderno, dove anche chi era profondamente religioso poteva vivere serenamente senza imporre la propria fede agli altri».
Reza Pahlavi può davvero guidare la transizione?
«Non credo debba governare il Paese. Credo però che oggi sia l’unica figura riconosciuta a livello internazionale capace di accompagnare la transizione verso un referendum democratico. Ha dedicato tutta la sua vita all’Iran vivendo da esule e gode della mia profonda stima».
Che cosa chiede oggi all’Italia?
«Di non riconoscere più questo regime. Di sospendere le relazioni diplomatiche e di non riprendere quelle economiche con Teheran. L’Italia non può fare affari con chi continua ad assassinare il proprio popolo. Lo chiedo da iraniana e lo chiedo pensando a mia sorella, che non c’è più».
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