“Quello che oggi è il comportamento prescritto, il comportamento corretto, fino a poche settimane fa era una malattia, si chiamava isolamento sociale“. A parlare è Alberto Vito, responsabile dell’Unità Operativa di Psicologia Clinica dell’Ospedale dei Colli, l’azienda che comprende MonaldiCotugnoCto, impegnata in prima linea nell’emergenza coronavirus in Campania.

“Così come i social – prosegue Vito in una intervista al Riformista -, criticati fino a poco tempo fa, oggi stanno dando una mano eccezionale. Perfino la comunicazione di massa è cambiata: la potenza dell’immagine del Papa davanti a una piazza vuota era legata, appunto, a un vuoto, noi prima eravamo abituati ai pieni, alle folle oceaniche”.

Elogiato dalla stampa straniera, il Cotugno, ospedale specializzato in malattie infettive e centro di riferimento per il covid-19 in Campania, “sta rispondendo come piccola collettività. La storia ci aiuta perché diversi dei medici e degli infermieri di questo ospedale sono figli o parenti dei sanitari che hanno al tempo del colera. E’ come se i loro genitori gli hanno insegnato a esserci nel momento dell’emergenza”.

“Qui – ci tiene a precisare lo psicologo – non curiamo malattie, curiamo persone. Non è una differenza semantica, si fa riferimento a modelli di cura completamente diversi: noi sappiamo che la cura non è soltanto farmacologica ma è anche fatta di sguardi, contatti, parole. Noi sappiamo che le aspettative, le paure, le relazioni familiari incidono potentemente sul percorso di cura. All’ospedale Cotugno i miei colleghi hanno questa competenza relazionale ed è interessante sapere che è stata acquisita sul campo trattando i più deboli”.

Una competenza ultra decennale perché “per le malattie infettivologiche che noi curiamo abbiamo sempre avuto pazienti fragili, con disagio psichico, con doppia, tripla diagnosi. Curare questo tipo di persone ha sviluppato una competenza relazionale eccezionale che oggi è molto apprezzata. Non è un caso che il piccolo Cotugno già 20 anni fa si è dotato dell’Unità Operativa di Psicologia!.

Il responsabile dell’Unità Operativa di Psicologia Clinica spiega che ci troviamo di fronte “non soltanto a una epidemia infettivologica. Il coronavirus sta modificando tutti i nostri schemi. Pensiamo innanzitutto ai pazienti che sono isolati e separati dai loro familiari mentre la psicologica insegnava appunto il contrario, e cioè dell’importanza del supporto dei familiari in un momento così difficile. Pensiamo agli operatori che vengono definiti eroi e, giustamente, i miei colleghi non accettano questa definizione. Loro non possono rilassarsi mai, ricevono la stima, la solidarietà della collettività ma contemporaneamente a casa si ha il timore di portare i contagi”.

“Alle persone – conclude Vito – dico che è normale sentirsi a disagio in questo momento: è chiaro che lo stare in casa provoca reazioni psicologiche diverse. Sarebbe diverso il contrario. Non dobbiamo avere vergogna delle nostre emozioni, dobbiamo chiedere aiuto”.