Le polemiche sulla regolarizzazione dei migranti clandestini in Italia, praticamente imposta dalla ministro Bellanova a una alquanto riottosa compagine governativa, consente un rapido aggiornamento sulle attività del Comitato di controllo che si occupa di misurare, con precisione barometrica, il tasso di legalità in Italia. Un Comitato all’opera da qualche anno che cura di emettere con regolarità i propri puntuali bollettini e di lanciare i propri agitati allarmi. Questa volta nell’occhio del ciclone c’è l’agricoltura italiana e la sua vitale necessità di disporre di braccia. La nuova emersione degli sfruttati e dei diseredati delle campagne italiane, soprattutto di quelle del Sud, pretende che a cooperare siano gli stessi sfruttatori che devono avviare e garantire le procedure di regolarizzazione. I tanti imprenditori agricoli piccoli e medi che, sia pure per reggere l’urto dei costi e la dittatura della distribuzione, hanno distrutto le vite di decine di migliaia di clandestini costringendoli a un’esistenza terribile, proprio quella che traspariva dalla commozione della Bellanova.

Un girone dell’inferno che si dipana da anni e anni sotto gli occhi di tutti e nella cecità colpevole di quasi tutte le istituzioni. In un Mezzogiorno quotidianamente assediato, e da anni, per dare la caccia a mafiosi, ndranghetisti e camorristi; in cui si eseguono decine di migliaia di intercettazioni; in cui si cercano implacabilmente i latitanti casa per casa e si denunciano le infiltrazioni nel circuito economico; in un fazzoletto di terra in cui la pressione investigativa è, giustamente, a livelli altissimi e si eseguono centinaia di arresti. Bene in questa società sorvegliata che è il Sud del paese, migliaia di irregolari tutte le mattine si recano sui campi, vengono prelevati dai caporali ai margini delle vie, caricano i Tir, vivono in accampamenti in condizioni indicibili, circolano per le strade e per le piazze senza che mai sia stata messa in campo una strategia risolutiva per debellare lo sfruttamento e ridare dignità a vite spezzate.

Ahimè, evidentemente tutti intenti gli investigatori a dar la caccia al contagio mafioso che appesta la società meridionale e, quindi, purtroppo senza il tempo necessario per andare fino in fondo al più miserabile dei reati, quello che trasforma gli esseri umani in schiavi tutti i giorni e innanzi agli occhi di tutti, bambini compresi. Un olocausto sociale e morale a cielo aperto di cui un giorno la storia potrebbe chiedere conto come ai tedeschi “ignari” dell’eccidio degli ebrei. Ogni tanto qualche ruspa nei campi, qualche incendio tra le tende, qualche spedizione punitiva da reprimere. Ogni tanto qualche arresto. Una goccia nel mare dell’illegalità palese e diffusa. Talmente diffusa da avere reso indifferibile questa regolarizzazione e talmente strutturale da doversi sanare per garantire il funzionamento e la stessa esistenza della filiera agroalimentare ai tempi della pandemia.

In questo scenario di insopportabile cecità e di epocale inerzia, il Comitato di controllo immagina di approvare l’ennesima legge per inasprire le norme contro il caporalato e, oggi, tuona contro lo scudo penale del decreto Rilancio che dovrebbe consentire agli imprenditori agricoli di regolarizzare gli immigrati al lavoro nei campi. Quasi che la minaccia delle manette (non le manette, si badi bene, che non scattano quasi mai) e l’assedio verbale delle norme penali dal fortino della Gazzetta ufficiale potessero di per sé impaurire i reprobi e convincere i riottosi. Come se non fosse bastato il fallimento degli inasprimenti di pena per la corruzione, per l’evasione fiscale, per il falso in bilancio, per la mafia, per il voto di scambio, per la violenza sulle donne. Simulacri, spesso pasticciati, che non hanno fatto recedere di un passo malviventi e mascalzoni, trasformando il codice penale in una fortezza di ghiaccio che si scioglie al primo sole.

Ma il Comitato di controllo ha sacerdoti e riti, vittime e carnefici, si nutre di lenzuolate di reati e brandisce feroci aumenti di pena. Non può certo denunciare le inerzie e le amnesie di una parte degli apparati di prevenzione e di repressione che quelle lenzuolate periodicamente invocano – e proprio servendosi del Comitato – per coprire la nudità della propria colpa. Ci sono voluti il coraggio e le lacrime di una donna ministro per dare la dimensione di quanto insopportabile fosse quella situazione che lo Stato ha dovuto sanare solo perché nessuno si è davvero mosso per debellarla o, almeno, arginarla.