Giustizia
Lo Stato ti perquisisce casa ma nessun giudice è responsabile: la Grande Camera della Corte EDU condanna l’Italia
Immaginate che lo Stato vi metta la casa sottosopra per ore, frughi tra le vostre carte, porti via elenchi con seimila nomi. E che non esista alcun giudice a cui chiedere se poteva farlo. Non è un romanzo distopico: è l’Italia fotografata questa settimana dalla Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo che, disattese le resistenze del governo, ha confermato la condanna nel caso Grande Oriente d’Italia. La perquisizione e il sequestro disposti nel 2017 da una commissione parlamentare d’inchiesta violavano l’art. 8 della Convenzione: non per il merito dell’indagine, ma per un vizio di sistema, perché nessuna autorità terza poteva controllare la misura, né prima né dopo.
Il giudice non può invalidare nulla
È la terza volta che Strasburgo ci impartisce la stessa lezione. Con Brazzi c. Italia (2018) censurò la perquisizione del pubblico ministero non seguita da sequestro, priva di ogni rimedio. La riforma Cartabia ha risposto con l’art. 252-bis c.p.p., ma il giudice che accerta l’illegittimità non può invalidare nulla: un rimedio che consola, non ripara. Con Contrada c. Italia (n. 4), nel 2024, la Corte ha censurato le intercettazioni del terzo non indagato, privo di qualunque via per contestarle: due anni e diversi progetti di legge dopo, tutto tace.
La Grande Camera della Corte EDU condanna l’Italia
William Pitt il Vecchio diceva che il più povero degli uomini, nella sua catapecchia, può sfidare la Corona: la pioggia e il vento possono entrarvi, il re no. E dire che per mesi ci hanno spiegato che separare le carriere avrebbe rotto chissà quale equilibrio: qui non c’è nulla da separare, perché il giudice non è nemmeno previsto. Basta il pubblico ministero. L‘art. 46 CEDU, però, non è un consiglio: è un obbligo che impone di rimuovere la legge malata, non di indennizzare il singolo. Lo Stato che firma i trattati e non li esegue non difende la sovranità: diserta la parola data.
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