Divergono ricordi e versioni di Giovanni Salvi, procuratore generale della Cassazione e membro del Comitato di Presidenza del Csm, e Francesco Greco, Procuratore di Milano sul caso della presunta (e fantomatica) Loggia Ungheria: loggia di potere che stando al racconto dell’avvocato siciliano Piero Amara riunirebbe vertici della magistratura, delle forze dell’ordine, avvocati, imprenditori e via dicendo. E le divergenze stanno sia sulla data che sul contenuto della telefonata tra i due nel maggio 2020, nei pressi della prima iscrizione milanese sul caso che ha messo sottosopra la magistratura.

Amara tra il dicembre 2019 e il 2020 nell’ambito delle indagini sul cosiddetto “Falso Complotto Eni” aveva raccontato di questa Loggia ai Sostituti Procuratori di Milano Paolo Storari e Laura Pedio. Storari fu spinto da una sorta di presunta pigrizia della Procura di Milano nell’affrontare il caso a passare i verbali, in formato word, all’allora membro del Csm Piercamillo Davigo. Davigo, indagato per rivelazione del segreto d’ufficio, avrebbe quindi parlato in via informale dei verbali e del caso con il vicepresidente del Consiglio Superiore della magistratura David Ermini, altri cinque membri del Csm, con il procuratore generale Giovanni Salvi, il presidente della Cassazione Pietro Curzio e con il senatore Nicola Morra.

Il caso è esploso quando quei verbali furono inviati a due giornali (La Repubblica e Il Fatto Quotidiano) e dopo la denuncia in consiglio del membro del Csm Nino Di Matteo. La segretaria di Davigo al Csm Marcella Contrafatto è stata accusata di calunnia. La Procura di Brescia ha da poco chiuso le indagini: chiesta l’archiviazione per il Procuratore Capo di Milano Francesco Greco, indagato per omissioni di atti d’ufficio. Il caso è però tutt’altro che chiuso, e ricco di spunti sulla natura e il funzionamento della magistratura italiana. Un’altra bomba dopo l’uragano del Palamaragate.

Le versioni di Salvi e Greco

I tabulati del telefono di Greco riportano un lungo sms il 7 maggio del 2020 e dieci minuti di telefonata il 9 maggio. Il Corriere della Sera riporta dunque la versione di Salvi: che dice di esser stato informato da Davigo, “senza alcun materiale cartaceo”, e di aver chiesto chiarimenti a Greco sullo “stallo” e sul fatto che “la Procura, pur a distanza di mesi, neppure aveva iscritto la notizia di reato”. A quel punto avrebbe chiamato Greco per chiedere lumi e sollecitare che le indagini venissero coinvolte “con un certo ritmo”. Salvi non ha però saputo precisare quando, senza incertezze.

La replica di Greco in interrogatorio: “Se Salvi ha detto che mi ha chiesto di accelerare l’indagine, di fare le iscrizioni, che Davigo compulsava o Storari si lamentava, se ne assumerà la responsabilità … ma non credo. Sia nella eventuale telefonata sia nell’incontro il 16 giugno, mai mi ha parlato di Davigo e Storari, e tantomeno di contrasti o indagini”. Salvi, secondo il procuratore di Milano, avrebbe dimostrato interesse ad avere ulteriori documenti sul consigliere del Csm Mancinetti e su un’indagine a Milano su alcuni magistrati. Greco ha rigettato completamente la versione della sollecitazione delle indagini e il coordinamento con altre Procure da parte di Salvi: “Io questo lo contesto proprio decisamente, anzi mi meraviglio che abbia detto una cosa del genere. La prima cosa che avrebbe dovuto fare era avvisare che c’era stata una fuga di notizie (…), mi sono stufato di persone che affermano cose giocando sulla pelle della Procura di Milano e mia, va bene? Va bene? Perché se no qui ognuno che passa dice quello che gli pare, compreso il pg della Cassazione”.

Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.