A due anni dall’inizio della pandemia sono stati effettuati ulteriori studi per approfondire un tema, quello del Long Covid, sul quale non si hanno ancora dati e riferimenti previsi. Il Long Covid, che nel linguaggio medico si chiama Post Acute Sequelae of Covid-19 (PASC), può durare settimane dopo l’avvenuta negatività o anche mesi con i pazienti coinvolti che sviluppano sintomi debilitanti come- stando al documento presentato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità a inizio 2021 – dolore toracico e muscolare generalizzato, affaticamento, mancanza di respiro e disfunzione cognitiva, infiammazione persistente, trombosi, che si possono sommare a mal di testadepressione, febbre ricorrente, perdita dell’olfatto e altri sintomi.

Di recente tre nuovi studi, uno americano,  uno britannico e un altro svizzero, hanno identificato i fattori di rischio che predispongono il Long Covid. Ad oggi non c’è una cura efficace per contrastare l’effetto prolungo del virus, tuttavia l’obiettivo di queste ultime due ricerche è quello di capire, una volta che si è verificata l’infezione, chi è più a rischio, così da indirizzare i pazienti verso trial clinici che studiano le terapie per il Long Covid e per organizzare con anticipo la riabilitazione. Perché un migliore controllo dell’infezione attraverso trattamenti anticorpali, antivirali e farmaci antinfiammatori, può contribuire a ridurre il rischio e anche i vaccini possono mitigare i rischi del Long Covid.

La prima ricerca: quattro diversi fattori di rischio

Pubblicata sulla rivista scientifica Cell, la ricerca condotta da un team americano ha individuato quattro diversi fattori di rischio: la presenza di autoanticorpi, il livello ematico di RNA virale all’inizio dell’infezione, la riattivazione del virus di Epstein-Barr, responsabile della mononucleosi, e il diabete di tipo 2. E’ stata effettuata su 209 pazienti (dai 18 a 89 anni) per un periodo di 2-3 mesi dalla diagnosi di Covid avvenuta tra fine 2020 e inizio 2021. Dallo studio è emersa un’associazione tra i quattro fattori di rischio individuati e la comparsa dei segni del Long-Covid.

Nel complesso è emerso che il 37% dei pazienti ha riportato tre o più sintomi di Long Covid a distanza di 2 o 3 mesi dall’infezione. Il 24% ha riportato uno o due sintomi e il 39% non ha riportato alcun sintomo. Tra quelli che riportavano tre o più sintomi, il 95% alla diagnosi del Covid presentava almeno uno dei quattro fattori di rischio identificati nello studio (la presenza di autoanticorpi, il livello ematico di RNA virale all’inizio dell’infezione, la riattivazione del virus di Epstein-Barr e il diabete di tipo 2). Il più frequente era la presenza di autoanticorpi, presente nei due terzi dei casi di Long Covid.

La seconda ricerca: il livello di anticorpi

Pubblicata su Nature Communications da un team svizzero dell’ospedale universitario di Zurigo, la ricerca ha collegato al Long Covid bassi livelli di alcuni anticorpi e la presenza di asma. E’ stata effettuata su 175 persone risultate positive e 40 volontari sani, valutati come gruppo di controllo. Dei 175 pazienti, 134 sono stati seguiti per un anno dopo l’infezione per valutare il cambiamento dei sintomi nell’arco dei 12 mesi.

Dallo studio è emerso che bassi livelli di alcuni anticorpi erano più comuni in coloro che avevano sviluppato il Long Covid rispetto ai pazienti che si sono ripresi rapidamente. Il livello di anticorpi ha permesso ai medici di capire se i pazienti avevano un rischio moderato, alto o molto alto di sviluppare malattie a lungo termine in base all’età, al tipo di sintomi sofferti e alla presenza o meno di asma.

Gli esami del sangue dei partecipanti hanno evidenziato come coloro che hanno sviluppato il Long Covid tendevano ad avere bassi livelli di anticorpi IgM e IgG3, che rappresentano le principali armi di difesa dell’organismo contro le malattie infettive. Quando il Covid colpisce le IgM aumentano rapidamente, mentre gli anticorpi IgG aumentano nella seconda fase dell’infezione e forniscono una protezione a lungo termine. Fra coloro che erano leggermente malati, il 54% ha riportato sintomi per oltre quattro settimane, quota che sale all’82% fra chi si è ammalato gravemente.

Il terzo studio: chi ha due dosi soffre meno il Long Covid

Secondo i dati raccolti in Gran Bretagna dall’Office for National Statistics, che è un’agenzia governativa britannica che raccoglie, analizza e pubblica le informazioni statistiche sull’economia, la popolazione e la società nel paese, il vaccino potrebbe ridurre il rischio di Long covid. Lo studio, relativo a oltre 6mila adulti, ha evidenziato che le persone vaccinate con due dosi hanno il 41% di probabilità in meno di sviluppare sintomi covid a 12 settimane dal primo tampone positivo. Il 9,5% di chi ha ricevuto la doppia dose, nell’ambito dello studio, ha sviluppato il Long covid, manifestando sintomi che sono durati per oltre 4 settimane.

La quota è salita al 14,6% tra i non vaccinati. David Strain, professore della University of Exeter medical school, ha giudicato i dati congrui con i risultati di un altro studio, che associa il basso livello di determinati anticorpi al rischio di sviluppare il Long covid. “Sappiamo che i vaccini attivano la risposta immunitaria. Se si affronta l’infezione con un livello più elevato” di anticorpi, “è meno probabile” arrivare a sviluppare il Long covid.

 

Napoletano doc (ma con origini australiane e sannnite), sono un aspirante giornalista: mi occupo principalmente di cronaca, sport e salute.