Offese, insulti, cattiverie, toni minacciosi: sono le reazioni che hanno travolto l’attore Luca Bizzarri per aver scritto un post garantista. «Un assassino – si legge sul suo profilo Facebook – è “presunto” fino a che un tribunale dice che è un assassino. Mi chiedo come un Paese che fatica, o più spesso rinuncia, a comprendere questo concetto, possa crescere e migliorare. Un popolo che vuol farsi giustizia da sé è un popolo senza giustizia. È un popolo, appunto, di picchiatori».

Un assassino è “presunto” fino a che un tribunale dice che è un assassino. Mi chiedo come un paese che fatica, o più…

Gepostet von Luca Bizzarri am Dienstag, 8. September 2020

Non certo una difesa di chi ha pestato e ucciso il povero Willy, non certo mancanza di rispetto per i famigliari della vittima, non certo una non condivisione del dolore che in tanti stiamo provando davanti agli occhi di quel giovane uomo che non c’è più. No, Luca Bizzarri ha solo ricordato che alla violenza si risponde con il diritto, non con i processi sommari, con i linciaggi, con le minacce di morte. Un popolo di picchiatori non è un Paese che sconfigge la violenza, è un Paese che ama la violenza. Concetti che fino a qualche tempo fa erano considerati scontati, quasi banali. Non era necessario ribadirli.

Oggi invece se qualcuno lo dice diventa, «imbecille», «stronzo», «finito». Più di duemila messaggi sono stati scritti sotto il post di Luca, quello di Luca e Paolo, delle Iene e della presidenza, affidatagli nel 2017 dalla Regione Liguria, della Fondazione Palazzo Ducale di Genova. Duemila messaggi in cui è difficile trovare parole ragionate, di buon senso, parole che accettino lo scambio. L’utente di Facebook ama insultare, urlare, ha la verità in tasca. E si crede il giudice supremo che decide sulla verità dei fatti, distribuisce sentenze, chiede la pena di morte. A tal punto che se uno osa rivendicare quelli che sono principi costituzionali viene travolto a sua volta, come se fosse lui l’assassino. Qualcuno ci prova a dire le cose in maniera pacata, a sottolineare concetti più elaborati. Marina, per esempio, scrive: «Ricordiamoci che il carcere ha una funzione rieducativa, come nel ‘700 Beccaria sosteneva. Quindi il famoso “buttiamo la chiave, e lasciamoli marcire lì” la trovo una atroce sintesi di quello che non dovrebbe accadere in un paese normale e civile!!!».

Ma è una delle poche, un caso raro. Per la maggior parte di coloro che intervengono parlare di presunzione di non colpevolezza non rappresenta il cuore dello Stato di diritto, è un orpello di cui liberarsi, è un di più che intralcia, non esalta, la giustizia. E andando avanti, viene lo sconforto. Perché emerge l’ignoranza di tutto ciò che sono i principi costituzionali. Ma forse la cosa che fa più male, non sono queste derive, ma chi accosta il diritto alla mancanza di pietà. Chi pensa che Bizzarri volesse giustificare l’accaduto, passare sopra l’uccisione di Willy. Scrive un’altra signora: «Mi sembra il suo un eccessivo garantismo, il caso in cui il carnefice diventa vittima… non si può giustificare il carnefice». Non è così, nessuna giustificazione, ma la consapevolezza che queste reazioni non costruiscono una società migliore, ma una cultura fondata sulla vendetta e sulla violenza. Una miccia che va disinnescata. Ma ci vuole coraggio. E Bizzarri è uno dei pochi che, avendo tanto consenso, lo ha avuto. Ha osato dire quello che molti pensano, ma hanno paura a rendere pubblico. Sì, paura. Ormai chi tenta di mettere un argine alla vendetta e al processo mediatico, viene travolto dagli insulti.

Viene in mente il caso tremendo accaduto a Roma: l’uccisione di Luca Varani in un appartamento a Colli Aniene. Manuel Foffo è stato condannato a trent’anni con sentenza definitiva, Marco Prato si è suicidato in carcere. Foffo, poco prima di quel terribile episodio, era uno che sui social non mancava di insultare o augurare la morte a chi sbagliava. Marco Prato non ha retto alla lapidazione mediatica e si è tolto la vita in carcere. Un prima e un dopo l’omicidio che ci dicono una cosa chiara: la violenza non può essere una risposta alla violenza. Un popolo di picchiatori non rende questa società migliore, non aiuta a vincere il sopruso, a creare modelli diversi per gli uomini e le donne che ci vivono. Che c’è di male a fare questo discorso? In che cosa consisterebbe la sottovalutazione dei fatti? Semmai è una loro comprensione al livello più alto, il tentativo di preservare quanto di meglio abbiamo costruito negli ultimi secoli: la nostra civiltà giuridica. Luca ha scritto questo e lo hanno massacrato. Ma davvero pensate che non sia grave?