La crisi dell’immigrazione è esplosa proprio nel giorno in cui sono stati pubblicati i dati della crescita del Pil dei principali Paesi europei e contemporaneamente all’arrivo di quasi 50mila migranti nell’exclave di Ceuta, nel nord del Marocco. La Spagna è un caso virtuoso. Basti pensare che nel secondo trimestre del 2026 il Pil spagnolo è cresciuto dello 0,7 per cento rispetto ai tre mesi precedenti e del 2,7 per cento su base annua. Nello stesso periodo l’Italia si è fermata rispettivamente allo 0,2 per cento e all’un percento.

Madrid cresce il triplo di Roma

In termini semplici, oggi l’economia spagnola cresce quasi tre volte quella italiana. Non si tratta di un risultato occasionale. Dal 2022 la Spagna ha mantenuto ritmi di sviluppo costantemente superiori ai nostri. Dietro questa “corsa” non c’è una formula magica, ma un insieme di scelte economiche e condizioni strutturali che hanno prodotto risultati positivi. Il primo motore della crescita spagnola è la domanda interna. Le famiglie consumano di più perché l’occupazione aumenta, i redditi reali hanno recuperato più velocemente e la popolazione continua a crescere. Nel nostro Paese, invece, la lunga perdita di potere d’acquisto ha spinto molte famiglie a difendere il risparmio e a limitare gli acquisti.

La Spagna accoglie lavoratori stranieri

Demografia. Un secondo elemento è la demografia. La Spagna ha accolto una quantità consistente di lavoratori stranieri, provenienti dall’America Latina e dal Nord Africa. Questo ha ampliato la popolazione in età lavorativa, aumentato il numero dei contribuenti e consentito a settori come turismo, ristorazione, edilizia, assistenza e servizi di trovare la manodopera. La struttura produttiva ha avuto un ruolo decisivo. La Spagna ha beneficiato del turismo internazionale, ma sarebbe riduttivo spiegare tutto con alberghi e spiagge. Sono cresciuti i servizi, la finanza, la tecnologia, le attività digitali e le esportazioni ad alto valore aggiunto. Gli investimenti sono aumentati più che in Italia e si sono concentrati sulla digitalizzazione, sulle energie rinnovabili, sulle reti e sulla proprietà intellettuale.

Fondi europei e riforma del lavoro

In questo quadro si inserisce l’utilizzo dei fondi europei. La Spagna ha il suo Pnrr e dispone di 80 miliardi di sovvenzioni. Madrid ha concentrato una parte significativa delle risorse su transizione energetica, mobilità, digitalizzazione della pubblica amministrazione, competenze, innovazione e rafforzamento delle imprese. C’è poi la riforma del lavoro approvata dalla Spagna alla fine del 2021. Il governo, attraverso un accordo con sindacati e imprese, ha limitato l’utilizzo dei contratti a termine, stabilendo che il rapporto a tempo indeterminato diventasse la forma ordinaria di assunzione. La precarietà non è scomparsa e sui contratti discontinui restano questioni aperte, ma la quota del lavoro temporaneo è scesa fino all 15 per cento e gran parte dei nuovi posti viene creata con rapporti più stabili.

Il modello spagnolo conserva una criticità pesante. Nel secondo trimestre 2026 la disoccupazione è scesa al 9,87 per cento, il livello più basso dal 2008, ma resta superiore al 5,7 per cento italiano. Senza contare che quella giovanile è sempre molto alta. La crescita nasce dall’incontro tra consumi, investimenti, lavoro, popolazione, innovazione. L’Italia non è priva di punti di forza, ma continua ad affidarsi alle esportazioni, a settori maturi e alla spinta temporanea del Pnrr. Quando la domanda estera rallenta, emergono i problemi irrisolti: salari deboli, produttività stagnante, declino demografico, energia costosa e investimenti insufficienti. La Spagna non è diventata improvvisamente un Paese senza fragilità. Ha però costruito un’economia capace, in questa fase, di trasformare più velocemente occupazione, consumi e investimenti in crescita. Ed è proprio qui che nasce la distanza con l’Italia.

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