Mariarosaria Guglielmi, Segretaria di Magistratura Democratica, è certamente amareggiata dal fatto che 26 suoi colleghi abbiamo stracciato la tessera di MD: una crisi nella crisi più ampia della magistratura dopo lo scandalo Palamara. Alla amarezza accompagna però la fermezza nel rivendicare il ruolo di MD come soggetto promotore di una profonda riflessione che impegni «tutta la magistratura a fare i conti con la profonda trasformazione subita in questi anni» in un percorso che chiama in causa la responsabilità di tutti i gruppi. Ed avverte: la volontà del popolo mette a rischio la giurisdizione.

Dottoressa si aspettava uno strappo così forte da oltre 25 suoi colleghi? È in atto un regolamento di conti tra le toghe?
MD non è un feticcio né un santuario intoccabile. Non vive con lo sguardo immobile, rivolto al suo passato, ma rinnova continuamente il senso del suo impegno nel presente, cercando il percorso più giusto per proseguire. Rinunce, lungo questo percorso, sono possibili e vanno rispettate.
Ma non si possono mettere in conto scelte di abbandono collettivo, con motivazioni sproporzionate rispetto all’entità e agli effetti dello strappo. Non ci sono “regolamenti di conti” in corso ma gesti di rottura, che disconoscono MD come luogo di confronto, anche sulle ragioni del dissenso, e mettono in mora chi resta: sono scelte pericolose, che indeboliscono ogni progetto unitario.

Il giudice e membro del Csm Giovanni Zaccaro, spiegando il suo addio a Md in una intervista al Manifesto, ha detto: “Noi consiglieri di Area abbiamo fatto cose più di sinistra di tutti i comunicati di Magistratura democratica”.
Il compito di un gruppo è fare elaborazione. Al Consiglio spetta l’azione di governo della magistratura. Non sono due piani comparabili. Uno dei segni di vitalità di MD è nella capacità di rimettersi continuamente in discussione: non essere autoreferenziale, non rivendicare una diversità fine a se stessa. Per questo MD non pensa di avere “l’esclusiva” di posizioni culturali e di scelte orientate dai valori condivisi dalla magistratura progressista, o dai valori costituzionali sui quali tutta la magistratura associata può trovare unità: rivendica la sua identità forte, capace di critica e di autocritica, e, al tempo stesso, di soggetto che vuole promuovere un fronte ampio intorno ai valori di riferimento e ai cambiamenti culturali necessari all’interno della magistratura.

Da Area vi accusano di aver rinunciato a parlare dei magistrati e con i magistrati e di aver fatto crescere molto la dimensione politica generale.
La riflessione sul ruolo della giurisdizione non può prescindere dal collegamento ai cambiamenti generali e collettivi della società, del contesto politico-istituzionale, e più in generale della democrazia. È questo collegamento che ci aiuta a cogliere la concretezza dei problemi che i giudici devono risolvere nelle aule di giustizia nel ruolo di tutela dei diritti e difesa delle garanzie. Negli ultimi due congressi, abbiamo ospitato dibattiti aperti all’accademia, all’avvocatura, ad esponenti istituzionali per interrogarci sul ruolo della giurisdizione all’epoca delle “nuove diseguaglianze”, e nel nuovo contesto, anche europeo, dominato dall’avanzata dei populismi: i giudici sono in grado di riconoscere le nuove diseguaglianze e dare risposta alle domande di tutela? Come continueranno a garantire i diritti e le libertà fondamentali quando sopra tutto si mette la “volontà del popolo” e la giurisdizione è vissuta come un intralcio a questa volontà? Con incontri e seminari aperti, abbiamo quest’anno discusso di tutte le sfide poste dalla pandemia: la risposta del diritto penale all’emergenza economica e sociale; le opportunità e ricadute sul modello culturale di giudice e di giurisdizione degli strumenti nuovi messi a disposizione della tecnologia. Ci siamo interrogati sulle riforme necessarie per uscire dalla crisi della magistratura e dell’autogoverno, con seminari dedicati al sistema elettorale del CSM, ai temi della dirigenza e della “carriera”.
Abbiamo promosso a settembre una conferenza internazionale, chiamando magistrati, anche europei, e l’accademia a confrontarsi, in maniera impegnativa, sul ruolo del Pubblico Ministero nella democrazia e sul rapporto fra indipendenza e meccanismi di responsabilità e trasparenza nel suo agire. Se tutto questo non è parlare dei magistrati e ai magistrati…

Realmente, come scrivono, avete soffocato il dissenso e ignorato e irriso le critiche provenienti da Area?
Come può un gruppo soffocare il dissenso? Con quali modalità? E come si concilia questa accusa con le scelte unitarie che MD ha sempre fatto anche nelle ultime competizioni elettorali? Dal congresso di Bologna, MD ha rivendicato la sua presenza come soggetto collettivo in Area. Ha al tempo stesso saputo garantire unità, anche sulle persone chiamate a realizzare il progetto di Area in CSM e ANM. Spesso in Area è invece emersa la difficoltà ad accettare, come espressione del suo pluralismo interno, posizioni rappresentative della linea di quel congresso o ritenute manifestazioni di un pensiero “radicale”.

Dopo lo scandalo Palamara, avete ripetuto spesso che “l’unità associativa non è un’insegna utile a celare pratiche consociative o ripiegamenti corporativi”, ma un luogo di “riflessione sulle ragioni più profonde della crisi della magistratura. In uno sforzo di riflessione collettiva, critica ed autocritica”. È stato anche questo vostro desiderio di andare oltre il caso singolo a determinare gli ultimi eventi? Qualcuno voleva archiviare Palamara e andare semplicemente avanti?
Archiviare frettolosamente il caso e andare avanti? Ogni persona seria sa che è semplicemente impossibile. Quello che noi abbiamo sostenuto non è che qualcuno volesse archiviare Palamara ma che, accanto alle responsabilità individuali, è necessario avviare un percorso di rinnovamento che impegni tutta la magistratura a fare i conti con la profonda trasformazione subita in questi anni. E che questo percorso chiama in causa la responsabilità di tutti i gruppi e la loro capacità di rigenerarsi come strumenti di elaborazione culturale. Un’azione profonda di rinnovamento, ben oltre i passi fatti per segnare la cesura con il passato e la rivendicazione di “diversità”.

Siete stati gli unici a prendere una posizione chiara sulla questione della permanenza di Davigo al Csm. Anche questo, secondo lei, ha pesato fortemente sulla scelta dei 26 di abbandonare Md?
Sul caso Davigo non vi è stata una presa di posizione “politica” ma l’ interpretazione, a nostro avviso chiara, delle norme vigenti su una questione di diritto la cui soluzione aveva ricadute su aspetti fondamentali dell’autogoverno. La decisione del CSM, che non ha seguito logiche di schieramenti precostituiti, dimostra che il caso è stato trattato nella consapevolezza delle sue implicazioni ma risolto- come doveva essere- in linea con l’ interpretazione delle norme.

Il nostro direttore Sansonetti ha ipotizzato che “la vittoria di Santalucia su Poniz ha avuto subito un effetto deflagrante”: giudice liberale, “appartenente a quella componente garantista di magistratura democratica” avrebbe rotto le uova nel paniere dei giustizialisti. Lei è d’accordo con questa analisi?
Ricordo che nella storia dell’ANM si è giunti, in più occasioni, a soluzioni diverse da quelle più premiate dalle urne. È la logica delle coalizioni che non possono formarsi senza un consenso ampio. Non condivido l’analisi delle vicende associative lette in chiave di prevalenza o soccombenza del “partito dei PM” e di scontro fra giustizialisti e garantisti. Certamente, la nomina di un giudice – dopo molti anni di Presidenza affidata ai PM- ha un suo valore positivo nell’ottica di una visione unitaria della giurisdizione che si riflette anche nella rappresentanza associativa.

A proposito di un documento a doppia firma Ucpi e alcune Procure d’Italia inviato al Ministro Bonafede con alcune proposte su covid e giustizia penale, l’esecutivo di Md ha scritto un comunicato “per riflettere sui cambiamenti culturali che hanno interessato la magistratura requirente e che ne hanno determinato il progressivo allontanamento dal suo progetto costituzionale di potere diffuso, in favore di un modello individualistico e verticistico”. Anche in questa occasione, avete scelto di non mettere la cenere sotto il tappeto. Pagate il conto per una eccessiva spinta autocritica collettiva?
Fa parte del senso dell’impegno culturale e di politica associativa di MD confrontarsi con temi difficili e spinosi, senza sottrarsi al confronto e alle critiche. Anche rispetto a questa vicenda, ci è sembrato che fossero tanti gli elementi su cui riflettere, andando oltre il caso concreto, a cominciare da tutti gli effetti della personalizzazione degli uffici di Procura, anche all’esterno e nella comunicazione che tende ad accreditare come verità risultati investigativi che invece, prima del processo, sono necessariamente parziali. La spinta verso la critica e l’autocritica nell’immediato può suscitare reazioni di chiusura ma siamo convinti che questo sia l’antidoto al rischio di ripiegamenti corporativi.

Si rimprovera qualcosa come Segretaria di Md?
Molte cose. E accetto che molte cose mi vengano rimproverate. Ma non di aver represso il dissenso interno e di non aver lavorato per l’unità.

Qual è ora il futuro del rapporto tra Md e area?
Abbiamo tutti una enorme responsabilità e dobbiamo essere all’altezza del momento. Sarebbe esiziale rompere l’unità politica del fronte progressista. Il futuro del rapporto fra MD e Area deve tener conto di questa priorità.