Del “Sistema” costituito dall’insieme delle relazioni instaurate nell’amministrazione della giustizia in Italia negli ultimi quindici anni Palamara ha descritto nel suo libro-intervista con Sallusti i livelli “alti”: quelli cioè relativi da un lato al rapporto tra Magistratura e politica e dall’altro alla gestione interna o autogoverno dell’apparato giudiziario, condizionata come è noto dall’Associazione Nazionale Magistrati (Anm) e dalle sue correnti interne, che hanno acquisito il controllo del Consiglio Superiore della Magistratura (Csm).

Ciò che Palamara non ha descritto è il livello inferiore di questo “sistema” piramidale, quello che, sfociando nella decisione del caso concreto, incide direttamente sulla libertà e sui beni del singolo cittadino. Questo secondo livello è strettamente collegato al primo, dal quale dipende per le nomine dei magistrati nelle diverse sedi giudiziarie e per l’attribuzione degli incarichi direttivi. L’apparato giudiziario italiano è quindi di fatto accentrato e sottoposto a una oligarchia di carattere corporativo, potenzialmente permeabile, a quanto appare senza eccessiva difficoltà, da parte degli interessi più diversi presenti e operanti all’interno della società. Questo rischio è ancor più concreto considerato l’elevato tasso di corruzione, ben noto anche in ambito internazionale, che caratterizza la società italiana. Non a caso l’Unione europea per la corresponsione delle somme previste dal Recovery Plan ha richiesto l’adozione di efficaci misure di contrasto alla corruzione. È quindi non solo prevedibile, ma addirittura normale che gruppi sociali di varia natura, più o meno estesi, tentino di approfittare di questa situazione di oggettiva debolezza strutturale del sistema giudiziario italiano per perseguire i loro interessi anche illeciti.

La conferma non solo dell’esattezza, ma presumibilmente anche dell’effettività di questo timore si desume dalla pubblicazione di una parte dei verbali dell’interrogatorio reso da Piero Amara alla Procura di Milano nel dicembre 2019. Questi, arrestato l’anno prima con l’accusa di avere creato una struttura composta da professionisti e avvocati finalizzata ad aggiustare i processi e a pilotare le sentenze del Consiglio di Stato, ha poi cominciato a collaborare e ha dichiarato di far parte di una loggia massonica denominata “Ungheria”, che a quanto è stato scritto sarebbe composta di una quarantina di persone tra cui non solo imprenditori e professionisti, ma anche magistrati – uno addirittura componente del Csm -, vertici dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, ecc., finalizzata a pilotare le nomine del Csm e a gestire gli incarichi pubblici: loggia che, almeno sotto il profilo logico, dovrebbe essere stata lo strumento che avrebbe consentito quei comportamenti per i quali Amara era stato arrestato.

In violazione del segreto istruttorio questi verbali o una loro parte, consegnati informalmente dal Pubblico ministero Paolo Storari della Procura di Milano all’allora Consigliere del Csm Davigo, sono stati resi pubblici, non si comprende per quale motivo, dopo la cessazione del mandato di quest’ultimo per limiti di età. Al Ministro di Grazia spetta ora accertare se l’iscrizione nel registro degli indagati delle persone ipoteticamente iscritte alla loggia massonica sia stata effettuata tempestivamente per l’avvio dei necessari accertamenti o i motivi di un eventuale ritardo, cui sembra ricollegarsi la consegna a Davigo da parte di Storari dei verbali secretati dell’interrogatorio di Amara; all’Autorità giudiziaria verificare la veridicità delle affermazioni fatte da quest’ultimo: l’effettiva esistenza di questa loggia, i suoi rapporti con la massoneria, l’elenco degli iscritti, l’attività svolta, gli eventuali reati ipotizzabili in tutta la vicenda (violazione del segreto istruttorio, costituzione di associazione segreta, calunnia, ecc.); al Csm spetta infine valutare gli eventuali fatti aventi rilievo disciplinare, perché la «partecipazione ad associazioni segrete o i cui vincoli sono oggettivamente incompatibili con l’esercizio delle funzioni giudiziarie» (art. 3, del D.Lgs. n. 109 del 2006) costituisce illecito disciplinare.

Esiste però un altro aspetto della questione, che investe l’apparato giudiziario nella sua interezza e che per la sua generalità appare forse ancor più rilevante: la sua facile permeabilità agli interessi perseguiti da individui e gruppi presenti e operanti all’interno della società. I componenti di questa presunta loggia, aspiravano infatti, secondo quanto si desume dalle dichiarazioni di Amara, ad incidere sulle nomine del Csm, nella presumibile consapevolezza di potere in tal modo condizionare e piegare ai propri interessi le inchieste delle Procure e l’esito dei processi, di ottenere cioè in definitiva la copertura giuridica, tramite decisioni giudiziarie non conformi al diritto, degli interessi perseguiti. Non è però possibile orientare l’esito delle nomine da parte del Csm senza ottenere il consenso prima dei vertici dell’Anm e delle correnti e poi dei componenti dell’organo di autogoverno. Questa presunta loggia dovrebbe pertanto avere rapporti diretti con i vertici delle strutture associative della magistratura ordinaria e con uno o più dei consiglieri del Csm, come tra l’altro Amara avrebbe ammesso.

Indipendentemente dagli accertamenti di competenza dell’Autorità giudiziaria, da questa vicenda si può desumere fin d’ora che con il controllo più o meno occulto dei vertici associativi dell’associazionismo sindacale dei magistrati si può condizionare potenzialmente, tramite le assegnazioni delle sedi e l’attribuzione degli incarichi direttivi, tutto l’apparato giudiziario: verrebbe meno altrimenti ogni interesse ad acquisirne il controllo. Ciò conferma che il divieto implicito nella costituzione per i magistrati di organizzarsi in associazioni non è fine a se stesso, ma è posto a tutela dei principi di autonomia, di indipendenza e di subordinazione alla legge di ciascun magistrato e quindi a tutela della libertà e dei diritti dei cittadini e di riflesso dello Stato di diritto.

Il rischio che l’organizzazione unitaria della magistratura, formatasi mediante l’esercizio della libertà di associazione, avrebbe potuto esporla all’influenza di interessi occulti estranei a quelli normativamente stabiliti, era già stato prospettato non molto tempo fa proprio sulle colonne di questo giornale. Le dichiarazioni di Amara confermano ora che quella previsione non era né astratta né eccessiva, ma profondamente concreta. In ogni Paese il contrasto alla corruzione è affidato all’Autorità giudiziaria. L’efficienza di questa è commisurata all’intensità del livello di corruzione presente nel rispettivo paese. A differenza della maggior parte delle Nazioni del mondo occidentale, la corruzione percepita esistente in Italia è fra le più elevate, segno indiscutibile dell’inefficienza del Potere giudiziario o, in altre parole, della sua permeabilità da parte di interessi che dovrebbero invece essere repressi. Ciò accade sia nell’ambito penale, sia nei rapporti civili, lasciando in troppi casi privi di difesa i cittadini.

Le cause dell’incapacità dell’autorità giudiziaria italiana a contrastare in modo efficace la corruzione sono molteplici. È compito del Governo Draghi, delle Camere e dei partiti in esse presenti e non ultima della stessa Magistratura individuarle e prevedere i necessari rimedi normativi, se non altro, ma non solo, per adempiere agli impegni assunti nei confronti dell’Unione europea. Rispettata la scadenza per la trasmissione a quest’ultima della progettazione del Recovery Plan, il problema della Giustizia è quello principale ora all’attenzione di tutto il Paese, delle istituzioni e delle forze politiche. La delegittimazione della Magistratura agli occhi della popolazione ha raggiunto livelli ormai intollerabili, compromettendo la fiducia nella correttezza delle decisioni giudiziarie, sia quando assolvono sia quando condannano. I recenti contrasti tra la Procura e il Tribunale di Milano sull’assoluzione dei dirigenti dell’Eni dall’accusa di corruzione internazionale sembrano confermarlo…