Il manico della scopa, un telecomando o la cintura dei pantaloni. Non importa quale fosse l’arma, la prima che capitava a portata di mano. Vergate e frustate che una madre usava contro il proprio figlio durate tre lunghi anni. Ora, per il bambino che oggi ha 8 anni, l’incubo è finito. Ha vissuto con una mamma che dopo aver bevuto alcol e fumato droga davanti a lui, diventava subito violenta. Non si faceva nessuno scrupolo a portare il bambino con sé, quando insieme al nuovo compagno, andava nelle piazze dello spaccio per comprare le dosi. Non solo, in casa il bambino dormiva nella stessa stanza delle coppia e accadeva anche che si consumassero rapporti sessuali in sua presenza.

Accuse pesantissime per la madre e il suo compagno, originari della Georgia, 34 anni lei e 37 lui, che sono finiti a processo per maltrattamenti. E ora la condanna: tre anni e sei mesi di reclusione per la mamma e tre anni per il suo compagno. Alla donna, il pm Giovanni Nostro, in aula ha contestato anche le lesioni personali aggravate.

Una situazione al limite del disumano che, nei suoi riverberi psicologici, accompagnerà il bambino per tutta  la sua vita. Tutto è cominciato nel 2014 ed è finito il 31 luglio 2017, quando chiusi tra le mura di casa l’imputata e il suo compagno picchiavano il bambino con qualunque oggetto avessero in mano: dal telecomando della televisione al bastone della scopa. Secondo quanto ricostruito dal sostituto titolare delle indagini, Elena Neri, la coppia di trentenni, originari della Georgia, avrebbe sistematicamente maltrattato il bambino per tre anni.

Il piccolo, in sede di incidente probatorio, aveva rivelato al giudice che la madre lo avrebbe anche “frustato più volte”. E aveva anche aggiunto, davanti al magistrato che lo ha sentito con modalità protette, che la droga, comprata insieme alla mamma e al compagno veniva poi conservata “in una scatola grande” e la tagliavano “con un trita erba”.

Per questo nell’appartamento era stata eseguita una perquisizione. Ancora, scrivono i pm nel capo d’imputazione, i due imputati “consumavano rapporti sessuali incuranti della presenza della persona offesa e bevevano smodate dosi di alcolici, ubriacandosi, non prestando attenzione alcuna ai bisogni e alle necessità del bambino”. In un’occasione l’imputata aveva picchiato il figlio con il manico della scopa procurandogli, si legge dagli atti, «un ecchimosi all’avambraccio destro» con sette giorni di prognosi.

Un incubo tale da far fuggire il bambino, nel 2017, per trovare rifugio in casa del padre. La casa dove era costretto a vivere eraun ambiente che – scrive ancora Elena Neri – era diventato pregiudizievole per il sano ed equilibrato sviluppo psico fisico del bambino“.

La difesa, nel corso del dibattimento, ha replicato al Tribunale che le perquisizioni nell’appartamento degli indagati, finalizzate ad individuare gli stupefacenti, non avevano portato a nulla. Un elemento che non sarebbe stato considerato durante il processo. “Si tratta di una sentenza paradossale – hanno detto gli avvocati – Aspettiamo le motivazioni e faremo sicuramente appello”.

Redazione