Un colpo al cerchio e uno alla botte
Manchesterism e devolution, così parlò Burnham (da premier in pectore)
Un colpo al cerchio e uno alla botte. Un po’ di populismo d’antan e tante promesse di rilancio dell’economia inglese, tutte da verificare. Andy Burnham, nel suo primo discorso pubblico post dimissioni di Starmer si è presentato al Paese come la perfetta sintesi tra il sogno blairiano del ritorno alla “cool Britannia” e un tono da arruffa popolo in stile Jeremy Corbyn.
Curioso che abbia scelto di non rispondere a una domanda che è una, né dei giornalisti né del pubblico accorso a rendergli omaggio proprio nella sua Manchester. Un atteggiamento inconsueto per chi si è sempre proclamato paladino della trasparenza e della “gente comune”. Comunque, è dalla sua città che vuole ripartire “il re del Nord”, soprannome che gli è stato affibbiato quando la governava. La sua priorità è la “hard devolution”, il decentramento da Londra verso le amministrazioni locali, in quello che ha Burnham stesso definito come “il più grande trasferimento di potere fuori da Whitehall dei tempi moderni”.
Questa “rivoluzione” amministrativa e di funzioni ha un nome preciso, Manchesterism, l’applicazione a tutta la nazione del “modello Manchester” che ha decretato la sua fortuna in questi anni. La capitale del nord operaio sarà la nuova Downing Street e il centro nevralgico “di una Gran Bretagna riconnessa”. E qui aprirà anche un ufficio ufficiale del Primo Ministro, ha sentenziato con piglio austero e profetico. Il piano è chiaro almeno sulla carta: spostare vaste risorse per rilanciare le zone periferiche, a partire dalle ex regioni operaie, quelle aree che non hanno mai potuto contare appieno sulla crescita del Regno.
Tre i punti chiave da cui partire: riforma dei servizi pubblici essenziali, reindustrializzazione e la riqualificazione dei territori. La parole d’ordine della ventata di novità auspicata anche da maggiorenti del partito come Ed Milliband sono “collaborazione radicata nei territori” e “nuovo principio operativo”. Formule che ricordano un certo politichese di casa nostra ma la cui realizzazione nel concreto resta purtroppo vaga. Il problema di non poco conto è il reperimento delle risorse per attuare questa rivoluzione copernicana. Su questo punto l’aspirante premier è stato tanto vago da suscitare l’ilarità di Kemi Badenoch, leader dei Tories che ha affondato la lama nella fumosità delle promesse dell’avversario, definito “primo leader donna anche se uomo” per il suo ostentato femminismo movimentista.
Badenoch lo ha incalzato in Parlamento ricordandogli che per il momento è premier solo di nome e sarebbe meglio che spiegasse agli inglesi quelli che sono i suo veri piani per il futuro al di là delle dichiarazioni. Ma il Labour, ha tuonato sarcastica, si è messo in vacanza fino a settembre per recuperare lo shock, chiuso tra conciliaboli e riunioni di think tank. E a sentire le ultime parole di Starmer non è neppure detto che sarà proprio l’arrembante ex sindaco a varcare la soglia di Downing Street. Il rischio che le sue promesse restino solo sulla carta c’è. Ma la Gran Bretagna se lo può permettere? Questo è il dilemma.
© Riproduzione riservata







