Il nemico da combattere
Mandato di cattura russo contro il fondatore di Telegram: l’app sempre protagonista della guerra
C’è qualcosa di spiazzante nell’accusa che Mosca ha rivolto ieri a Pavel Durov: “Complicità nel terrorismo”. La stessa formula riservata a chi imbraccia un’arma, applicata al fondatore di un’app di messaggistica. La Russia ha emesso un mandato di cattura internazionale contro il fondatore e Ceo di Telegram.
L’accusa dell’Fsb, i servizi di sicurezza interni russi (eredi del Kgb per le funzioni di controspionaggio e sicurezza nazionale), è che l’amministrazione della piattaforma non avrebbe rimosso canali, chat e bot usati – secondo la ricostruzione russa – dai Servizi segreti ucraini e da organizzazioni terroristiche per coordinare sabotaggi, atti terroristici e persino omicidi di massa sul territorio russo. Nel comunicato si fa riferimento nello specifico a un servizio di incontri, attraverso cui agenti ucraini, fingendosi donne, avrebbero convinto giovani russi a compiere azioni di sabotaggio: dal luglio dello scorso anno sarebbero già stati arrestati 46 cittadini russi tra i 12 e i 22 anni, in 16 regioni diverse.
Il ruolo di Durov, il Ceo e fondatore di Telegram
Durov, nato in Russia e oggi in possesso di passaporto francese ed emiratino, si troverebbe attualmente in Francia. Non è la prima volta che il suo nome finisce al centro di un procedimento giudiziario: nell’agosto 2024 era stato fermato a Parigi e trattenuto per giorni, con l’accusa di non aver contrastato contenuti illegali diffusi sulla piattaforma. Nel marzo 2025 i magistrati francesi gli avevano concesso il permesso di lasciare il Paese, e Durov era rientrato temporaneamente negli Emirati. Il punto che merita attenzione non è la fondatezza delle accuse russe, difficilmente verificabile e inserita in un contesto di guerra dell’informazione a tutto campo. È la grammatica giuridica e politica che Mosca sceglie di usare. Non si parla più di negligenza nella moderazione dei contenuti, né di responsabilità editoriale mancata: si parla di “complicità nel terrorismo”, la stessa formula riservata a chi fornisce supporto materiale a un gruppo combattente. Per la prima volta un social network – o meglio, la sua infrastruttura di gestione – viene equiparato non a un intermediario che ha fallito nei suoi doveri di controllo, ma a un soggetto che partecipa attivamente a un conflitto, alla stregua di un’organizzazione armata.
È una linea che si può leggere su due piani, ed è bene tenerli distinti. Il primo è quello, tutto russo, della strumentalizzazione: Telegram è la piattaforma più usata dall’opposizione russa e dai canali di informazione indipendente sulla guerra in Ucraina, ed è difficile non vedere nel mandato di cattura anche una mossa di pressione politica, oltre che giudiziaria. Il paradosso è che la stessa piattaforma bollata come complice del terrorismo è anche il canale ufficiale con cui Ministeri, portavoce e comandi militari russi comunicano quotidianamente con l’opinione pubblica: un’ambiguità che rende l’accusa ancora più strumentale. Il secondo piano, però, riguarda tutti, e va oltre la contingenza russo-ucraina: è la questione, ormai centrale nel dibattito su AI Act e regolazione digitale, di dove finisca la responsabilità infrastrutturale di chi gestisce una piattaforma e dove cominci invece un concorso attivo nei fatti che vi si consumano sopra.
È lo stesso nodo che ho affrontato scrivendo dei rischi legati ai chatbot companion per i minori: la tentazione, quando qualcosa va storto, è spostare la responsabilità sull’utente finale o sull’accesso individuale, invece di chiedere conto all’architettura che ha reso possibile l’abuso. Qui accade l’opposto, ed è per questo che il caso Durov è istruttivo: uno Stato sceglie di spingere la responsabilità infrastrutturale fino al punto di rottura, trasformando l’inerzia nella moderazione in un atto di guerra imputabile a un individuo.
È un salto logico enorme, ma segnala una tendenza reale: la crescente equiparazione, nel linguaggio del potere, tra chi costruisce e gestisce infrastrutture digitali e chi le usa per fare danno. Una scorciatoia pericolosa, perché sposta il dibattito dalla progettazione di regole di responsabilità proporzionate – il cuore della logica “safety by design” – all’arma spuntata, ma politicamente comoda, del capro espiatorio individuale. Difficile pensare che Durov finisca davvero in un’aula di tribunale russo. Ma il precedente resta, ed è probabile che altri governi – non necessariamente solo quelli autoritari – guardino a questa formula con interesse.
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