Maradona campione e Maradona eroe, mito, popolare e populista, storico, poeta, ribelle, bandiera, icona, bersaglio, fenomeno, fenomeno da baraccone, antropologo, immortale e Diego Armando Maradona: una moltitudine. Tutto quello che è stato per Napoli lo hanno pianto i napoletani nelle loro case, e tra lo Stadio San Paolo e i Quartieri Spagnoli, subito dopo che la notizia della sua improvvisa morte, lo scorso 25 novembre, a 60 anni, ha fatto il giro del mondo. Maradona come complessità era al centro del webinar dell’Università degli Studi di Salerno Ho visto Maradona organizzato venerdì 4 novembre. Tra i relatori: lo scrittore Maurizio De Giovanni, Vittorio Dini dell’Università di Salerno, Oscar Nicolaus dell’Università Suor Orsola Benincasa. Start alle 15:45. E una centinaia di persone collegate quando il convegno online è stato praticamente sabotato. “Drogato! – hanno cominciato a urlare alcune voci – Era un cocainomane!”. Un tentativo di hackeraggio, l’hanno definito. Il webinar è dovuto finire così. Maradona come drogato, e basta, insomma. Adios complessità.

È successo quando i tre relatori avevano appena finito i loro interventi. De Giovanni in particolare si era concentrato sul rischio che la figura del Pibe de Oro venga sommersa da giudizi sommari: compito di chi ha vissuto quell’esperienza di offrire testimonianza di quello che Maradona è stato per la città – l’eredità del campione argentino a Napoli è un tema da non lasciarsi sfuggire dalle mani. La parola era appena passata a Vincenzo Siniscalchi, in passato avvocato di Maradona. Il legale aveva appunto precisato come il suo assistito non avesse mai sofferto una condanna per droga, quando è partita l’aggressione. “Drogato, eroinomane! Era solo uno che tirava di cocaina! Delinquente!”. Sono più voci ad attaccare il webinar, che finisce così.

Qualcuno parla di bravata, da parte probabilmente di adolescenti. Ma non tutti sono d’accordo, anche perché il fatto è stato definito come un tentativo di hackeraggio, mentre il tentativo è stato riuscitissimo, almeno nei confronti del convegno, che si è dovuto chiudere così. “Per la prima volta ho provato quello che i nostri padri e nonni devono aver sofferto durante il ventennio fascista, con manganello e olio di ricino”, dice Guido Clemente di San Luca, Ordinario di Diritto Amministrativo presso l’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli. “Mi è sembrata un’azione di squadrismo. Hanno impedito di fatto il confronto, che tra l’altro in questo momento è possibile soltanto in questa modalità, online”.

L’allarme non è isolato: anche altri webinar sono stati recentemente interrotti o invasi. Una relatrice, in uno di questi casi, è stata apostrofata da indicibili offese, sessiste e becere. “Ho avuto la netta sensazione che attraverso questa manifestazione si voglia impedire la libertà di espressione”, osserva ancora sgomento Guido Clemente di San Luca. Maradona non c’entra nulla quindi? Tutt’altro. “È insopportabile questa stantia distinzione tra atleta e calciatore: una teorizzazione manichea, tipico moralismo benpensante – commenta – Primo: non è vero che è stato un uomo disdicevole; era anche esempio di bontà, generosità, fedeltà e di difesa degli ultimi. Secondo: la droga è un’esperienza drammatica, merita soltanto solidarietà umana, compassione, è stato vittima, e ha riconosciuto onestamente i suoi sbagli”. E quindi ricorda la frase che Maradona regalò al regista Premio Oscar Emir Kustrica per il celebre documentario: “Pensate che giocatore sarei stato senza la cocaina”. Che tutto questo non venga ancora perdonato, continua Clemente Di San Luca, da molti, dipende anche dal fatto che El Pibe de Oro vinse e divenne il giocatore più forte del mondo a Napoli. “Dovevano essere juventini. Questa è stata la sensazione”, chiosa.

Antonio Lamorte