Marco Minniti, presidente della Fondazione Med-Or ed ex ministro dell’Interno, legge il referendum del 22 e 23 marzo sulla riforma dell’ordinamento giudiziario come un passaggio che va ben oltre la tecnica legislativa. In gioco, spiega, c’è il rapporto tra cittadini e giustizia, la qualità della democrazia italiana e la capacità del Paese di reggere le sfide di un mondo segnato da instabilità e disordine.

Presidente Minniti, siamo alle ultime ore di campagna referendaria. Perché considera così importante il voto di domenica 22 e lunedì 23 marzo?
«Perché non siamo di fronte a un voto ordinario. È un passaggio importante per l’Italia, e lo è ancora di più perché cade dentro una fase internazionale che possiamo definire, senza esitazioni, l’era dell’incertezza. In un quadro simile, qualcuno potrebbe essere portato a pensare che esistano priorità più urgenti e che dunque il referendum possa passare in secondo piano. È esattamente il contrario. Proprio nei momenti di maggiore instabilità, la partecipazione democratica acquista ancora più valore. Dal voto e dal livello della partecipazione popolare uscirà un segnale sullo stato di salute della nostra democrazia. E una democrazia che mostra di essere vitale, presente, consapevole, è un elemento di forza anche nella proiezione internazionale del Paese».

Qual è il nesso tra referendum sulla giustizia e quadro geopolitico?
«Il nesso sta nella qualità della democrazia. In un tempo segnato dall’instabilità, dalla frammentazione e dall’incertezza, un Paese che partecipa, che sceglie, che affronta i propri nodi strutturali senza fuggirli, manda un segnale chiaro anche all’esterno. Dimostra di essere una democrazia viva, non impaurita, capace di riformarsi. E una democrazia solida, autorevole e consapevole è anche un Paese più forte nel contesto internazionale. Per questo il voto del referendum parla anche del ruolo che l’Italia intende esercitare nell’era dell’incertezza».

Questa riforma è un primo passo o è già una riforma di sistema?
«È una riforma che agisce nel sistema, ma al tempo stesso apre un cantiere di sistema. Introduce una discontinuità vera, e questa discontinuità è decisiva. Noi abbiamo rischiato, e in parte rischiamo ancora, che sul tema della giustizia si spezzasse il rapporto di fiducia tra i cittadini e il sistema giudiziario. È questo il punto politico di fondo. Quando la fiducia si incrina su un pilastro della vita democratica, non si può rispondere con l’inerzia o con la conservazione. L’idea che davanti a una sfida così grande si debba semplicemente lasciare tutto com’era è l’errore più grave che si possa commettere. Restare fermi, in questi casi, significa peggiorare la frattura».

Quindi il problema centrale, per lei, è ricostruire il rapporto di fiducia tra cittadini e giustizia?
«Sì, esattamente. Il primo obiettivo è evitare una frattura definitiva e ricostruire in positivo quel rapporto. Per farlo serviva un passo chiaro, riconoscibile, e questo passo è la separazione delle carriere. È il cuore della riforma, perché introduce una distinzione più netta, più moderna, più coerente tra funzione requirente e funzione giudicante. E lo fa con una finalità molto precisa: rafforzare le garanzie dei cittadini e rendere il sistema più trasparente, più leggibile, più credibile».

La separazione delle carriere viene spesso presentata dai contrari come una minaccia all’indipendenza della magistratura. Lei la vede in modo opposto. Perché?
«Perché la separazione delle carriere non indebolisce l’indipendenza, la rafforza. La magistratura requirente resta libera di agire sulla base dell’obbligatorietà dell’azione penale. La magistratura giudicante resta libera, autonoma, legittimata e credibile nel giudicare il lavoro svolto dall’accusa. La distinzione strutturata tra questi due ruoli non crea un problema democratico: al contrario, scioglie un’ambiguità. E tutela meglio i diritti dell’individuo».

Eppure il fronte del No continua a evocare il rischio di una magistratura subordinata al potere politico.
«È un argomento che non trova riscontro nei fatti. La separazione delle carriere è diffusa in molte democrazie europee, dalla Francia alla Germania, fino alla Spagna di Sánchez, e non esiste alcun esempio serio che dimostri una subordinazione della magistratura al potere politico come conseguenza di quel modello. Ma aggiungo una considerazione ancora più profonda. In Italia il sentimento dell’indipendenza della magistratura è radicato nel Paese, è parte della coscienza democratica nazionale. Chiunque immaginasse di mettere davvero in discussione quell’indipendenza si scontrerebbe con una vigilanza democratica fortissima. Per questo considero infondato il rischio evocato dai contrari. Anzi, credo che molti cittadini percepiscano la separazione delle carriere come un elemento che può garantire di più l’autonomia e l’autorevolezza della magistratura».

Dunque, a suo giudizio, questa riforma può restituire prestigio alla magistratura?
«Sì, e questo è un punto decisivo. La magistratura va difesa anche dal sospetto che possa sembrare svolgere un ruolo politico. È questa percezione che l’ha indebolita molto negli anni. Liberarla da tutto ciò significa ridarle forza, credibilità, prestigio, autorevolezza. Non c’è alcuna volontà di colpirla. C’è, semmai, la volontà di renderla più forte agli occhi dei cittadini. E una magistratura più credibile è un vantaggio per l’intero sistema-Paese».

Dentro questo ragionamento lei inserisce anche la critica al correntismo. Quanto pesa quel nodo?
«Pesa moltissimo. Le correnti della magistratura erano nate come espressione legittima di culture giuridiche, di orientamenti, di sensibilità diverse. Ma col tempo si sono trasformate in una macchina di potere. Ed è qui che si è prodotta una degenerazione. Rompere la connessione tra organizzazione e potere è indispensabile. Perché da un lato bisogna ricostruire la fiducia dell’opinione pubblica, e dall’altro bisogna tutelare la professionalità dei singoli magistrati, che devono essere giudicati per il loro lavoro, non per la loro collocazione di appartenenza».

In questo senso anche il tema dell’Alta Corte diventa cruciale?
«Sì, perché il punto non è soltanto distinguere le funzioni, ma anche rompere la camicia di nesso del sistema correntizio e introdurre strumenti di valutazione più credibili. La separazione delle carriere, insieme a una revisione profonda dei meccanismi di responsabilità e giudizio, può contribuire a costruire un nuovo rapporto tra magistratura e popolo. Uso questa espressione consapevolmente, perché la fiducia popolare è il fondamento della legittimazione democratica. Ed è questo il terreno sul quale bisogna lavorare».

La riforma potrebbe servire ai tanti cittadini che in questi anni si sono sentiti soli di fronte al percorso giudiziario?
«Sì. Quando un cittadino vive il rapporto con la giustizia come una prova durissima e solitaria, quando sente di essere lasciato solo davanti alla macchina giudiziaria, allora lì si apre una ferita democratica. Questa riforma serve anche a spezzare quel paradigma. Serve a riavvicinare il cittadino a una moderna idea di democrazia, una democrazia che non schiaccia l’individuo ma lo protegge, che non lo lascia solo ma gli garantisce regole più chiare, ruoli più distinti, garanzie più solide».

Questo referendum non esaurisce tutti i nodi della giustizia. Quali sono i prossimi obiettivi?
«Ce ne sono almeno due, molto chiari. Il primo è la velocizzazione del sistema giudiziario. Questa riforma non si concentra su quel punto, ma può aprire una fase nuova anche da questo punto di vista. Un sistema giusto deve essere insieme rapido e rispettoso dei diritti. Quando una persona viene riconosciuta innocente al termine di una lunghissima via crucis giudiziaria, non siamo davanti al trionfo del sistema. Siamo davanti a una ferita per la democrazia, perché la vita di quella persona, nel frattempo, è stata profondamente segnata».

E il secondo obiettivo?
«La certezza della pena. È uno dei pilastri fondamentali di ogni politica di sicurezza, insieme al controllo del territorio. La certezza della pena è essenziale perché dà concretezza al patto sociale. Quando qualcuno lo rompe, commettendo un reato, deve sapere che pagherà le conseguenze di quella rottura. È su questo che si regge, in buona misura, il rapporto corretto tra sicurezza e libertà».

Che cosa intende quando dice che sicurezza e libertà sono due facce della stessa medaglia?
«Intendo dire che una democrazia sana non può mai ragionare in termini di scambio. Non si può dire ai cittadini: io ti do più sicurezza e tu rinunci a una parte della tua libertà. Né si può dire: ti concedo più libertà, ma accetta meno sicurezza. Sarebbe il segno di una democrazia malata. La libertà senza sicurezza è debole, esposta, fragile. Ma la sicurezza senza libertà è una gabbia. Per questo la certezza della pena è così importante: perché contribuisce a tenere insieme entrambe, facendole vivere nella loro reciproca necessità democratica».

In conclusione, che cosa si gioca davvero l’Italia con questo referendum?
«Si gioca la capacità di mostrare che la democrazia è abbastanza forte da sapersi riformare senza paura. Questa riforma tocca nodi fondamentali del passato, del presente e del futuro. Non li tocca per demolirli, né per produrre uno shock fine a sé stesso. Li tocca per rendere la democrazia più solida. Nelle sfide della modernità la cosa peggiore che si possa fare è restare immobili, con lo sguardo rivolto all’indietro. Può sembrare rassicurante, ma in realtà ci rende più fragili. Partecipare al voto del 22 e 23 marzo significa affermare che l’Italia vuole essere una democrazia più forte, più moderna, più europea, più capace di costruire un futuro comune».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.