Quasi ispirandosi a quel medico bergamasco che, con il viso rigato di lacrime annunciava «qui sta sparendo un’intera generazione», il presidente Mattarella ha inserito quel concetto nella sua penna mentre vergava alcune righe di ringraziamento per la sua solidarietà al presidente tedesco Steinmer. Si rivolge in modo confidenziale «all’amico Frank-Walter», ma il suo pare invece un monito, nello stile di Catone il Vecchio, alle generazioni giovani perché non dimentichino chi li ha preceduti, chi ha donato loro il benessere e il progresso.

«Qui – scrive – in numerosi territori, con tante vittime, viene decimata la generazione più anziana, composta da persone che costituiscono per i più giovani punto di riferimento non soltanto negli affetti ma anche nella vita quotidiana». C’è la storia, in questo pensiero. E non è tanto la storia di chi, essendo nato nel 1941, durante la seconda guerra mondiale era in età da asilo, ammesso che in quei giorni si fosse potuto andarci. È l’età dei suoi fratelli maggiori, quelli nati negli anni Trenta, e che stanno morendo oggi, infettati da questo virus assassino.

Di Covid-19, non di vecchiaia, perché la vecchiaia a ottant’anni non esiste più, essendo stata sospesa dal progresso della farmacologia e della medicina. Tanto che dei veri vecchi che in questi giorni ci hanno lasciato, i novantenni Vittorio Gregotti, il professor Schlesinger e ieri Alberto Arbasino e infine Lucia Bosè, nessuno ha posto il problema sull’origine della loro morte. Probabilmente li ha uccisi il coronavirus, ma nessuno si è domandato su fossero morti “di” o “con” Covid-19. Non ci sono più e basta. È nella natura delle cose. Così come è stata loro evitata la crudeltà dell’elenco delle loro “patologie pregresse”. Ipertensione, diabete, un tumorino, un po’ di cardiopatia? Potevano esserci tutte insieme o magari solo qualcuna. Ma sono passate inosservate, le lunghe pagine dei necrologi sul Corriere rendevano solo omaggio a chi con la propria genialità ha reso onore alla comunità.

Ma Gregotti, Schlesinger, Arbasino e Bosè sono quattro diverse persone, quattro individui, non sono “una generazione”. Quel che dicevano le lacrime di quel medico di Bergamo e le parole scritte dal Presidente Mattarella sono un messaggio politico e sociale. Ricordano che quei ragazzi degli anni Quaranta, quelli che sono cresciuti con poco latte e con la tessera del pane, quando non c’erano i frigoriferi e si andava a comprare il ghiaccio, quando Pippo non era il nome del cagnolino di famiglia ma qualcosa che dal cielo poteva farti male. Anche allora non si poteva circolare nelle strade e se si sentiva una sirena non era la fabbrica e neanche la discoteca, ma era un grido di morte che buttava la gente nei rifugi, e tapparsi le orecchie non bastava a evitare il fragore delle bombe.

Tutti quei ragazzi degli anni Quaranta sono stati quelli che da adulti, dopo la guerra, si sono rimboccati le maniche e hanno ricostruito un Paese e lo hanno fatto grande. Sono arrivati dal sud a Torino e a Milano e hanno costruito i palazzoni. Hanno messo insieme le mani callose e le loro intelligenze e si sono fatti imprenditori per consentire ai loro figli di crescere liberi e nutriti a pane burro e marmellata e ai loro nipoti di potersi crogiolare nel benessere della società aperta e tecnologica e pigra. La pigrizia priva di responsabilità che porta oggi a dire che se la stragrande maggioranza dei morti di coronavirus è composta di ottantenni, è un fatto normale, perché, si sa, ci sono le “patologie pregresse”. E poco importa se fino poche settimane prima tutti quei padri e quei nonni in realtà stessero benissimo e fossero attivi e molti ancora lavorassero.

E poco importa la loro storia, soprattutto. Del loro simbolo, il padre di Mattia, il famoso “paziente 1” che per fortuna si è salvato, non si sa neppure il nome. Si chiamava Moreno, aveva 84 anni ed è morto senza che nessuno avesse potuto notare che anche lui, contagiato dal figlio, si era ammalato. È come se si stesse verificando una “grande scrematura”, la forma più crudele di ricambio generazionale, ha scritto sul Foglio Giuliano Ferrara. Se ne sta andando una generazione.

Ma dall’altra parte dell’oceano, nello Stato di New York dove ormai i positivi al Covid-19 sono ormai più di 15.000, il governatore Andrew Cuomo, lancia un forte messaggio umano, prima ancora che politico e sociale, ricordatevi di “restare umani”, poi fa la serrata ma anche una delibera in favore della popolazione anziana, che chiama “legge Matilda” in omaggio alla madre di 88 anni. Perché ci si ricordi, dice, di tutte le persone cui dobbiamo essere riconoscenti. Una generazione.