“Ferma restando la presunzione di innocenza”. Se fosse una cosa vera anziché una vuota clausola di stile non dovrebbe essere anteposta al reportage che fa il processo ancor prima che cominci quello nella sede dovuta, e cioè in aula di giustizia, con le garanzie di difesa di cui fino a prova contraria sarebbe ancora titolare l’imputato. Un’ipocrisia formalista fa reiterare quella formula – “presunto innocente” – salvo poi inscenare nello studio televisivo il procedimento popolare con la testimone che racconta il tentato stupro, l’avvocata esperta di stupro che spiega alle ragazze di non fidarsi dell’orco, il giornalista che perlustra la vita privata dello stupratore (ops, presunto stupratore), il conduttore che raccoglie e ripropone le vociferazioni sul fatto che gli stupri sono due, forse tre, magari cinque perché il presunto innocente di uno è in realtà il probabile colpevole di una serie e via così, con le chat che narrano l’infamia delle serate aguzzine, le foto hard condivise dal mostro coi suoi amici, i vassoi pieni di bamba e le ville a Ibiza e i jet privati e le feste da mezzo milione di euro a denunciare il quadro di oltraggiosa dissolutezza in cui si svolgeva quell’abitualità criminale.

A questa persona – l’ormai famigerato Alberto Genovese – si imputa di aver commesso gravissimi delitti. È in prigione e per una volta, probabilmente, va bene così, nel senso che quando si discute di comportamenti così pericolosamente offensivi è opportuno che chi è sospettato di averne tenuti sia messo in condizione di non nuocere ulteriormente. Ma c’è un motivo, anche solo uno – di informazione, di salvaguardia pubblica, di tutela sociale, di protezione delle vittime, insomma qualsiasi – che renda non dico nemmeno necessaria, ma anche solo giustificata l’attenzione inquirente dei giornali e della televisione sulla vita di quella persona? Su ciò che di illecito ha commesso deve intervenire la magistratura, e su ciò che non è illecito non dovrebbe intervenire nessuno.

Perché è bene intendersi: il principio secondo cui si è presunti innocenti non serve tanto a proteggere l’ipotesi che uno sia innocente, serve piuttosto a garantire che l’accertamento della colpa, che contraddice quella presunzione, avvenga secondo diritto. E secondo diritto c’è speranza che possa avvenire in tribunale, ma c’è certezza che non avviene sui giornali. Dice: ma i giornali fanno il loro lavoro e la giustizia fa il suo. Che è vero, ma è un lavoro improprio e tutt’altro che obbligato, salva la balla dei cittadini che hanno diritto di essere informati. Informati su cosa, infatti? Sulla detestabilità del profilo psicologico dello stupratore? Sull’entità (a questo si è arrivati) delle lacerazioni genitali inflitte alla poveretta?

A me hanno ucciso una persona cara, mia compagna per tanti anni. L’assassino l’ha soffocata con un cuscino, e l’hanno trovata piena di lividi e ustioni, perché quello aveva tentato di bruciarne il cadavere. Non fu utile a nessuno – e di nessun conforto a me – apprendere dai giornali le notizie sui particolari della sua vita e leggere i racconti delle sue presunte immoralità. Avrei voluto per lui un processo equo, il processo che non ha avuto perché si è impiccato prima.