Quello che è accaduto a Milano durante il corteo del 25 aprile non è stato un incidente. È stato un fatto. È passata una settimana e il dibattito si è concentrato sulla presenza di qualche bandiera israeliana, su singole immagini, su dettagli. Molto meno su ciò che è realmente accaduto e su ciò che quel momento ha significato. È un segnale che non può essere sottovalutato: quando si sposta l’attenzione dai fatti al loro contorno, spesso si evita di affrontare il nodo vero. In Corso Venezia, abbiamo visto persone allontanate non per ciò che facevano, ma per ciò che rappresentano: ebrei, culture politiche diverse, presenze considerate “non allineate”. Non è un dettaglio: è il segno di una deriva.

I fatti di Milano

Quando qualcuno decide chi può stare e chi no in una piazza che celebra la libertà, siamo davanti a una contraddizione che non può essere relativizzata. Per questo suonano fragili — a tratti inaccettabili — le letture e le giustificazioni che in questi giorni abbiamo ascoltato. Non è stata una reazione spontanea: è un clima. Un clima costruito nel tempo, fatto di parole che escludono, di categorie che dividono, di un antisemitismo strisciante, di un’idea di politica che non riconosce più l’altro come interlocutore, ma come nemico. Il dibattito pubblico sta scivolando verso una logica di contrapposizione permanente, in cui tutto diventa occasione di scontro e nulla occasione di costruzione. I fatti di Milano, quelli di Bologna, gli spari contro i militanti ANPI a Roma lo confermano. Per questo si apre una questione decisiva. Non basta indignarsi. Non basta prendere le distanze. Serve un giudizio. E da quel giudizio deve nascere un’azione. La storia di Milano, fatta di concretezza ambrosiana e capacità di tenere insieme, può tracciare una via. Nella nostra città il cattolicesimo popolare ha educato generazioni a guardare la realtà senza ideologia, a costruire opere, a generare comunità. Il liberalismo non è stato teoria astratta, ma pratica di sussidiarietà e il riformismo ha cercato di migliorare, passo dopo passo, la vita delle persone.

Le tradizioni non possono restare ai margini

Queste tradizioni oggi non possono restare ai margini, né limitarsi a una testimonianza difensiva. Devono tornare a proporsi come forza generativa. Non per rivendicare uno spazio, ma per assumersi una responsabilità. Concretamente, questo significa alcune cose molto semplici e molto esigenti. Significa, innanzitutto, che le istituzioni dicano con chiarezza che il 25 aprile è di tutti e che chiunque venga escluso o attaccato per la propria identità o per le proprie idee subisce una violazione inaccettabile. Senza ambiguità, senza equilibrismi. Significa aprire un tavolo — culturale prima ancora che politico — tra realtà liberali, popolari e riformiste, per ricostruire un linguaggio comune e una presenza condivisa nello spazio pubblico. Un luogo di confronto vero, capace di incidere. Significa anche avere il coraggio di stare nelle piazze, senza arretrare, senza cedere all’idea che esistano luoghi “non praticabili” per chi non si adegua a un certo clima. La libertà o è di tutti o non è. C’è un passaggio, in fondo, che non possiamo eludere.

La democrazia non si difende da sola

La democrazia non si difende da sola. Ha bisogno di uomini e donne che la prendano sul serio, che non si accontentino di parole di circostanza, che abbiano — per dirla con un’espressione di Václav Havel — il coraggio della verità. E insieme serve quella responsabilità personale e pubblica che richiama al servizio alla propria comunità come forma più alta di carità. Proprio Milano può ripartire da qui. Dal suo stile ambrosiano, dalla sua capacità di fare, dal suo desiderio — spesso silenzioso ma reale — di convivenza. Ma questo richiede un passo in più: passare dalla reazione alla proposta, dall’indignazione alla ricostruzione. Da una presenza, prima ancora che da uno schema. Bisogna avere il coraggio di ricominciare. Insieme. A Milano, prima di tutto.

Federico Rossi

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