Ambrogio
Milano deve dare significato al Primo Maggio: quindi il lavoro è il filtro della sopravvivenza
C’è un’idea consolatoria del 1° maggio che andrebbe finalmente congedata: quella della festa retorica, del rito civile vissuto come reliquia di un Novecento esaurito. Milano, più di altre città italiane, dovrebbe sentire l’urgenza di restituire a questa data il suo peso costituente. Perché qui — nella metropoli che continua a raccontarsi come laboratorio del Paese — il lavoro non è categoria astratta: è la chiave di accesso alla città, il filtro che decide chi può abitarla davvero e chi è costretto a guardarla da fuori.
I dati lo dicono senza ambiguità: oltre il sessanta per cento del reddito di chi lavora a Milano se ne va in casa e trasporti. È una soglia che non descrive una difficoltà, ma una sottrazione: di tempo, di scelta, di cittadinanza. Migliaia di lavoratori nel 2027 non potranno votare alle comunali perché il costo della vita li ha già sospinti nell’hinterland, mentre conserveranno il voto rentier che a Milano hanno solo la residenza. È la geografia rovesciata di una città che rischia di diventare proprietà di chi la possiede e non di chi la tiene in piedi ogni mattina alle sette. Ma sarebbe un errore leggere questa frattura solo in chiave economica. La crisi materiale dei salari e degli affitti dialoga, in profondità, con un’altra crisi: quella del legame civile. Le scene del corteo del 25 aprile — persone allontanate non per ciò che facevano ma per ciò che rappresentavano — non sono un incidente di cronaca, sono il sintomo di un clima. Quando una piazza che celebra la libertà comincia a selezionare i corpi ammessi, la liturgia repubblicana si svuota. E quando a chi lavora viene tolta perfino la possibilità di restare, la cittadinanza diventa un’astrazione.
Sono due dimensioni della stessa erosione. Una città non si tiene insieme se la convivenza materiale — abitare, muoversi, guadagnare a sufficienza — viene scollegata dalla convivenza civile, dalla capacità di riconoscere l’altro come interlocutore e non come bersaglio. Milano ha sempre avuto, nelle sue stagioni migliori, l’intuizione che questi due piani fossero un’unica cosa: il riformismo ambrosiano è stato esattamente questo, il rifiuto di separare la giustizia sociale dal rispetto delle differenze, la concretezza dei provvedimenti dalla qualità del discorso pubblico.
Oggi quella sintesi va ricostruita, e la scadenza del 1° maggio è una buona occasione per riaprire il cantiere. Servono leve materiali — la contrattazione territoriale, una vera dimensione metropolitana per affrontare salari e casa — e servono leve civili: un linguaggio che ricomponga, istituzioni che non si rassegnino a un dibattito ridotto a tifoseria, una cultura politica capace di tornare proposta e non solo reazione. Il lavoro e la libertà, a Milano, hanno sempre avuto bisogno l’uno dell’altra. Tornare a pensarli insieme è la sola forma seria di Festa.
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