La Metropoli dell’antica Grecia era la “città madre rispetto alle colonie”. La metropoli oggi non è più assoluta, è relativa. Milano è certamente metropoli ed esercita il proprio predominio anche laddove la geografia e la politica raccontano storie diverse. Una vasta influenza culturale vive anche di elementi fisici, materiali e da eventi concreti sul territorio e delle loro conseguenze sul tessuto sociale. Milano ha una storia di trasformazioni, che negli ultimi decenni è diventata cronaca incalzante; ha in sé il seme dell’innovazione. Guardando verso un panorama storico, si capisce come gli anni delle dominazioni, alternate e plurime, abbiano lasciato tracce che sono state incorporate e contribuiscono a costruire la percezione di quella milanesità riconoscibile. Il punto di massimo amalgama tra Milano e suoi modelli (la metropoli della nuova definizione è appunto relativa) è all’atto del piano Beruto del 1884-89.

Studiando le allora metropoli europee, Beruto progettò ampi isolati ispirati al piano di espansione di Berlino, la struttura ad anello dei bastioni sul modello della Ringstraße viennese e sfidò fino all’aperto conflitto le società fondiarie con l’apertura di via Dante e la perimetrazione del parco Sempione, secondo una versione attenuata dell’idea del talora vandalico Hausmann che aveva sventrato la Parigi medievale. Innovazione significa sperimentalità: nell’ultimo secolo Milano è stata un laboratorio di architettura e urbanistica con risultati di diverso peso e qualità. Dalla dubitabile sintesi tra nuova domanda di tecnologia e formalismo di Stacchini nella Nuova Stazione Centrale del 1925-31 al raffinato gesto progettuale di Muzio che due anni dopo inaugura il Palazzo della Triennale facendo del Razionalismo la bandiera — in un certo senso ancora innalzata — del tessuto urbano della città. Le guerre, tutte, portano cambiamenti tecnici e trasformazioni sociali. La “Milano auspicabile” del secondo dopoguerra è quella del Piano Regolatore Generale di Bottoni del 1953-57. In questa cornice di altissimo profilo, prendono forma molti progetti che hanno consolidato il volto di Milano come quello di una città funzionale, efficiente, moderna.

Il grattacielo Pirelli di Ponti e Nervi, la torre Velasca di BBPR sono entrambi del periodo 1956-58, primi simboli verticali a irrompere nella skyline milanese. Con le atmosfere della contestazione la sperimentalità assumerà una connotazione più spiccatamente sociale anche nell’architettura. Il dibattito sui risultati è ancora aperto ma il ruolo di Milano come metropoli contemporanea è testimoniato negli anni ’60 e ’70 da interventi come il quartiere Gallaratese che mirava a creare spazi abitativi vicini alle esigenze dell’integrazione sociale. Negli anni ’80 e ’90 la costruzione architettonica della metropoli incrocia la necessità di fenomenologia materiale del postmodernismo. Il palazzo Capgemini di Nizzoli Architettura sorge nel 1981, senza giungere al totale completamento. Non restano altre grandi tracce: i palazzi FS di Lazzari-Perrotta erano alti cento metri — già seguivano la vocazione al verticale che sarebbe poi esplosa vent’anni dopo.

Milano negli ultimi decenni ha fatto propria l’immagine della metropoli contemporanea, coniugando il gigantismo degli edifici con la volontà di condurre l’innovazione urbana attraverso la sostenibilità. All’inizio dei 2000, il progetto Porta Nuova ridisegna un settore di Milano; in un florilegio di edifici ormai divenuti iconici, trovano dimora opere ad alto contenuto di innovazione formale come il Bosco Verticale. Il progetto Citylife, del 2007, non si discosta da questa linea: recupera gli spazi dell’ex quartiere Fiera e integra tre grattacieli. Lo spazio lasciato libero dalle costruzioni diverrà 17 ettari di verde urbano. Milano non è ferma nel presente a contemplare il passato; costruisce il futuro per continuare ad affermare nell’architettura, nell’urbanistica, nelle dinamiche sociali il proprio ruolo di metropoli.

Daniele Giovanni Papi

Autore