Il Novecento è stato un secolo memorabile, denso di contraddizioni, di tragedie, di guerre, di tensioni, di lotte sociali, di scontri ideologici, di conquiste, di devastazioni, di scoperte e di invenzioni tali da provocare profondi cambiamenti dell’esistenza, della mente, dell’anima, del corpo dell’intera umanità delle sue tradizioni, della sua organizzazione socio-politica, del suo modo di pensare, di vivere e persino dei delicati equilibri del pianeta.

Eric Hobsbawm, ne ha parlato come di «secolo breve», una «definizione bella», secondo Loris Facchinetti, espressione di una «sintesi suggestiva», in cui scorge, tuttavia, un «giudizio che rischia di essere fuorviante», un’«analisi che può diventare ingannatrice»: per comprendere il senso della storia e dell’umano cammino, a suo avviso, è «indispensabile considerare il tempo e lo spazio in termini qualitativi e non solo un’alternanza di stagioni, una successione di anni senz’anima, immersi nel divenire e nella materia». Interessanti le ragioni di questa dissenting opinion, rispetto al pensiero dello storico inglese. Hobsbawm considera costitutivi del ventesimo secolo i periodi racchiusi tra l’inizio della prima guerra mondiale, 1914, e la caduta dell’impero sovietico, 1991, e nella sua versione marxiana scandisce quegli anni dividendoli in tre fasi.

La prima, dal 1914 al 1945, l’«età della catastrofe», segna la fine cruenta dei grandi imperi: uno dietro l’altro crollano, con guerre, rivoluzioni e stragi, l’impero russo, quello tedesco, l’ottomano e l’austriaco; nella vecchia Europa vanno al potere ideologie totalitarie, come il nazismo e il comunismo, nascono le aspirazioni egemoniche della Germania, vengono emanate le leggi razziali, applicate nuove strategie belliche e compiuti orrendi genocidi programmati scientificamente, come la Shoah; si scatena la seconda guerra mondiale con le sue distruzioni, con decine e decine di milioni di morti, con le sue torture, con la follia e l’angoscia seminata nella mente e nell’anima degli uomini.

La fase che va dal 1945 al 1991 viene indicata da Hobsbawm come l’«età dell’oro»: i vincitori del conflitto, Stati Uniti, Inghilterra e Unione Sovietica, nel trattato di Yalta, dividono il pianeta in sfere d’influenza; incomincia l’epoca della «guerra fredda» tra l’Oriente, in prevalenza comunista, e l’Occidente, in prevalenza capitalista; gli antagonisti, in una condizione di apparente stabilità mondiale, continuano a combattersi in una partita a scacchi fatta di rivoluzioni, colpi di stato, di guerre locali, di spionaggio, di ricatti, di corsa agli armamenti atomici, di operazioni inconfessabili e sotterranee dei servizi segreti e delle agenzie con licenza di uccidere. La terza fase, definita da Hobsbawm come «la frana», inizia con la caduta del muro di Berlino, il crollo dell’Unione Sovietica, la fine del socialismo realizzato e della guerra fredda; e a questo punto esplode la questione islamica.

Considerando, tuttavia, che nel grembo del Novecento è stato concepito il più grande cambiamento che l’umanità abbia mai vissuto, dal crollo dei capisaldi ideologici, religiosi e morali sui quali era stata costruita la storia millenaria dell’uomo, al travolgimento di convinzioni, abitudini, certezze, alla nascita, finalmente di nuove angosce e nuove esaltazioni, insieme a nuove prospettive di vita, nuove possibilità tecnologiche e scientifiche che aprono orizzonti colmi d’incognite, secondo Loris Facchinetti, il Novecento non è stato un «secolo breve», bensì un «secolo immenso», un «secolo immortale», un «secolo senza fine, figlio di un passato lento e conservatore e madre del terzo millennio, madre di un futuro travolgente e rivoluzionario». Di qui il titolo del suo lungo e affascinante saggio: Il secolo madre (i libri del Borghese, Pagine s.r.l., Roma 2022, pp. 160), dal sottotitolo particolarmente esplicativo: TransSovietismo-TransCapitalismo – La guerra continua.

Gli eventi narrati in quelle pagine sono accaduti dopo la fine della seconda guerra mondiale, sino alla primavera del 1980: «Anni sconvolgenti, giorni violenti e turbinosi, che hanno travolto vita e pensieri di milioni e milioni di giovani, in un’epoca bagnata di sangue, marchiata da lotte furiose, ferita da guerre crudeli, nobilitata da mistici ideali e da generosi sacrifici». Non è questa la sede in cui riassumerli: mi rifiuto di far la figura di chi voglia anticipare all’orecchio il film che stai per vedere mentre in sala hanno già spento le luci e il proiettore incomincia a ronzare, per azzittirsi soltanto allo scorrere dei titoli di testa. Condividendo, piuttosto, l’idea di Loris Facchinetti, che «ogni epoca è legata all’altra in modo organico ed indissolubile», che, dunque, «cause e conseguenze si concatenano e si perpetuano influenzate e influenzabili dal loro prima e preparatorie del loro dopo», parlerò d’altro, ma non in modo ozioso.

Non sono mai stato a Mosca, ma ero al Lido di Venezia quando, quattro anni or sono, venne presentato fuori concorso alla Biennale Cinema il film-documentario Process del regista bielorusso, cresciuto tuttavia in Ucraina, Sergei Loznitsa: la Sala grande del Palazzo del cinema, per due ore diventò la Sala delle colonne della Casa del Sindacato di Mosca. Il film di montaggio, basato su uno straordinario materiale d’archivio rimasto fino ad allora inedito, ricostruisce la storia di uno dei primi «processi farsa» architettati da Stalin, quando nell’Urss del 1930 un gruppo di economisti e ingegneri venne accusato di avere organizzato un colpo di Stato contro il governo sovietico attraverso un fantomatico «Partito dell’Industria», mai esistito. È la macchina del Terrore che inizia il suo lavoro: alla sbarra c’è l’«intelligencija tecnica» moscovita, l’élite alla quale viene addossata la colpa di aver boicottato la buona riuscita dei piani economici per distruggere il potere sovietico e restaurare il capitalismo con l’aiuto segreto delle potenze occidentali. Sono loro, quasi muti, remissivi, docili nell’offrire il capo alla sentenza dei giudici, le vittime sacrificali della difficile situazione economica e sociale dell’Unione sovietica. La tragedia era reale, ma il processo falso: Stalin aveva bisogno di dare in pasto al Paese i responsabili della sua sofferenza, quindi allestì una performance perfetta. Gli imputati, sembra che recitino.

I «sabotatori», costretti platealmente a confessare crimini mai commessi, vennero condannati, mentre fuori manifestazioni di piazza chiedevano giustizia, ma non finirono fucilati, né imprigionati, solo «riconvertiti» ad altre mansioni. Il popolo, accecato dallo slogan «La menzogna è verità», poté continuare a dormire tranquillo all’ombra del Partito. Quel processo era pubblico, le riprese mostrate a tutti, e gli atti pubblicati: fu un uso scientifico dei media per nascondere i problemi politici. Meritevole di uno sguardo il punto di vista di Michail Afanas’evič Bulgakov sulla Mosca del 1937, sede di processi politici manovrati, dietro le quinte, dall’Nkvd, precursore del Kgb, nei quali con metodo top-down si decidono le vittime da fucilare; e, al tempo stesso, città in cui si vive in uno stato di esaltazione, tra architetture oniriche, piazze e viali metafisici, futurismo monumentale. Per capire a fondo cosa fosse allora Mosca, basterà leggere in controluce alcune pagine de Il Maestro e Margherita (Einaudi, 1967; Mondadori, 1991), scritte proprio in quell’annus horribilis.

Vi trovano posto tutti i luoghi che fungono da palcoscenico per il dramma di Mosca in quel periodo: la città gloriosa e l’orrore delle abitazioni collettive; i luoghi pubblici e il loro vociare isterico; l’ambientazione dei processi farsa; il luogo delle esecuzioni; ma anche i rifugi in cui le persone cercavano un po’ di felicità, il caos estremo, il dissolversi di qualsiasi distinzione netta, le onde d’urto create dall’irruzione di forze ignote e innominate nella vita della gente comune, la paura e la disperazione; la morte distribuita con disinvoltura, morbosità e piacere. Quanto a coloro che rimangono vivi, non soltanto non lasciano sperare in alcun ravvedimento, ma non ce n’è uno con il quale ci si fermerebbe a scambiare due chiacchiere: tutta gente spregevole, meschina, feroce. Non v’è, forse, in questo un’impressionante similitudine tra il regime sanguinario stalinista, gli anni degli avvenimenti narrati da Loris Facchinetti e, quel ch’è peggio, il nostro traballante stato di diritto?

Giusfilosofo e magistrato in pensione