“Abbasso la guerra, viva la pace, a che serve combattere?”. Ottantatré anni fa, il mondo non aveva la più pallida idea di essere sull’orlo della più grande catastrofe della storia umana. Il ricordo della grande guerra era talmente attuale da incutere a tutti, almeno nelle democrazie occidentali, il terrore e l’angoscia di una nuova guerra e tutti pensavano che ciò bastasse per renderla impossibile. Il cancelliere Hitler, in fondo, aveva bene espresso la sua linea di azione: riportare a casa tutti i tedeschi sparsi per l’Europa e separati dalla loro patria a causa del malvagio trattato di Versailles con cui la Germania sconfitta era stata castigata senza fare distinzione tra il Kaiser e il suo popolo e adesso – era il 1938 – è ora di quel capitolo infausto per dare all’Europa la vera pace finale dopo la pace vendicativa dei vincitori.

Ha mai detto che la storia non si ripete mai se non in forma di farsa? La Storia si ripete sotto forma di pattern, cioè ripetizione di schemi che corrispondono sia alla natura umana sia, come ha scritto in questi giorni George Friedman, sia al principio della forza. La forza può essere quella militare o delle rivoluzioni, del commercio o delle idee tecnologiche, ma c’è sempre un momento di rottura che viene superato e che crea un trauma appunto, talvolta benefico, più spesso letale. Quando le armate hitleriane varcarono la frontiera polacca il 1 settembre del 1939, nessuno al mondo disse: è scoppiata la seconda guerra mondiale. Dal 1918, quando era finita la Grande Guerra, era stato tutto un susseguirsi di rivoluzioni, repressioni, annessioni, regolamenti di conti come quello fra la neonata Polonia e la ex madrepatria russa con la prima guerra che portò alla vittoria dei polacchi e alla sconfitta dei sovietici guidati sul campo da Trotskij e dal giovane Stalin, e la Germania aveva fatto quel che aveva detto il suo il nuovo cancelliere eletto democraticamente a furor di popolo, sì che nessuno si chiedeva che cosa davvero avesse in mente quel tizio con quegli strani baffi e un oscuro passato di povero caporale pluridecorato e di modesto pittore di paesaggi. C’era stato il fastoso trattato di Monaco dove Benito Mussolini faceva gli onori di casa come mediatore fra le democrazie occidentali e i nazionalsocialisti, un trattato in cui Hitler dichiarava solennemente che la Cecoslovacchia sarebbe stato il suo ultimo boccone e non avrebbe tentato di impossessarsi della Polonia.

La Polonia stessa del resto, che aveva partecipato all’ultimo banchetto prendendosi un pezzo di Cecoslovacchia e tanta cerimoniosità delle grandi potenze che giocavano a Risiko fra un brindisi e una tartina, aveva mandato in bestia Joseph Stalin, che nessuno aveva invitato e che avrebbe dovuto ossequiosamente prendere atto delle ultime novità imposte dalle potenze occidentali. Poi, come sappiamo, il cancelliere tedesco aveva fatto carta straccia del trattato tu che aveva firmato mentendo sapendo di mentire, organizzando l’annessione della Polonia per la quale però gli era indispensabile la neutralità sovietica, che ottenne con un trattato che negli allegati segreti conteneva le reciproche concessioni. Per i successivi bottini, Stalin incamero il 51% del territorio polacco, con la scusa di intervenire per proteggere le minoranze etniche dopo il crollo del governo di Varsavia, mentre Hitler ne prendeva il 49 restante. Fu allora che successe ciò che nessuno riteneva possibile: Parigi e Londra si consultarono freneticamente e decisero di onorare il patto sottoscritto a Monaco, dichiarando guerra alla Germania e lasciando tutti di stucco. Hitler rideva istericamente chiedendosi come fosse possibile che dei governi pavidi come quello di Chamberlain e di Daladier, pensassero di sfidare la sua smagliante e nuovissima macchina da guerra, forte dei nuovi e potenti carri armati panzer e di una fanteria drogata con le anfetamine e che quindi non aveva mai bisogno di riposare o di dormire. Seguì la buffa guerra da caffè in cui i polacchi aspettarono veramente l’arrivo delle truppe francesi e degli aerei inglesi, e che pose fine in meno di un anno alla conquista nazista dell’Europa a partire dalla fortissima Francia (per la quale Stalin fece pubblicare sulla Pravda il suo personale telegramma di congratulazioni a Hitler) e la cacciata degli inglesi a Dunkirk con un atto di incomprensibile magnanimità.

Al corpo di spedizione inglese il dittatore nazista consentì di imbarcarsi e tornarsene a casa senza compiere una strage, forse perché Hitler pensava di accattivarsi il nuovo primo ministro Winston Churchill che aveva pronunciato la celebre orazione in cui annunciò che «combatteremo per le strade, combatteremo nei cieli e sui mari, combatteremo sulle colline, sui campi di aviazione, combatteremo nella strade e non ci arrenderemo mai». È proprio quella parte del discorso che due giorni fa Volodymyr Zelensky ha parafrasato nel suo discorso in streaming o alla stessa Camera dei Comuni, alla presenza di tutti i deputati del Regno unito e del loro primo ministro Boris Johnson. Johnson è uno studioso di Winston Churchill di cui ha pubblicato una ottima biografia in cui notò in quella famosa promessa di combattere senza mai arrendersi, l’unica parola di origine non anglosassone del discorso fosse “surrender”, dal francese “se rendre”. Era iniziato quel periodo che la storia sovietica e poi russa nega di considerare parte della Seconda guerra mondiale, perché fu il periodo in cui Germania e Russia sovietica erano state alleate fino a quando la prima aveva tradito la seconda. Ma fino a quel momento, dal settembre del ‘39 fino alla fine di giugno del ’40, era accaduto un fatto di cui si è persa la memoria: fu cioè quello il periodo in cui tutte le sinistre di tutto il mondo, compresa quella del Partito comunista degli Stati Uniti, gridavano a gran voce di metter fine alla guerra, allo sconcio vergognoso della guerra, indicandone i colpevoli: la potenza imperialista inglese e quella borghese di Parigi.

Il baricentro morale dello scandalo era stato spostato dall’invasione della Polonia, che in fondo rispondeva ad alcune indiscutibili ragioni nella storia e nella geografia, alla testarda reazione dei paesi che rappresentavano l’anima del capitalismo. La foto-op di questa situazione è nelle immagini a tutti note: mentre al passo dell’oca, le truppe della Wermacht nazista sfilavano sotto l’Arco di Trionfo di Parigi fra cittadini francesi in lacrime, il Partito comunista francese, al bando fin dall’inizio delle ostilità, faceva attaccare manifesti in cui si dava il benvenuto al soldato tedesco proletario venuto a combattere contro l’imperialismo e la borghesia. I sindacati di ogni Paese invaso o non invaso chiedevano la fine dell’assurda guerra contro la Germania, condannando la politica per una guerra irresponsabile.

Al di là dell’Oceano, negli Stati Uniti, i sindacati del “fronte del porto” di New York proclamarono scioperi e manifestazioni per ostacolare la partenza dei convogli di aiuti militari diretti verso la Gran Bretagna. Come effetto collaterale, gli americani si spinsero ad arruolare la mafia siciliana per opporre il suo “sindacato” a quello delle Union, sospette di collaborazione col nemico. Il grido di “Pace subito” e “No alla guerra” risuonò finché Stalin si convinse che l’invasione tedesca che ostinatamente si era rifiutato di ammettere nei primi giorni, era davvero reale. Tutto allora cambiò: la nuova parola d’ordine fu quella di aprire subito un “secondo fronte” che alleggerisse la morsa tedesca attraverso la resistenza armata ai tedeschi. Da quel momento la “buona guerra” diventò nemica della “cattiva guerra” e il rovesciamento dei valori si compose nel rovesciamento delle alleanze. Questo fu il peccato originale che rese da allora difficile distinguere fra pace e guerra, e in definitiva fra bene e male.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.