Esiste anche una vera e propria cucina della politica: un ristorante romano tanto centrale quanto centripeto. Perché Pastation, che vede tra i proprietari Tommaso Verdini, figlio di Denis, è qualcosa di più che una buona tavola per i professionisti della politica. Al suo interno, la sala privata sarebbe ormai diventata la war room della terza Repubblica. Il gabinetto riservato in cui leader, ministri e parlamentari perfezionano accordi e relazioni con la massima discrezione, avendo sempre l’accortezza di entrare separatamente e di uscire cadenzati. È lì che Matteo Salvini ha conosciuto Francesca Verdini, la sorella del proprietario, figlia ventiseienne di Denis. Proprio di fronte ci sono le insegne di Maccheroni, il ristorante preferito da Luigi Di Maio, rientrato ieri sera da una intensa missione in Libia. Tra Pastation e Maccheroni le prime e le seconde file di Lega e M5S si scambiano occhiate lascive, da innamorati delusi. Occhieggiando, c’è chi ha registrato un mese fa il fitto confabulare di Salvini, Verdini e Luca Lotti che poi si sono sottratti agli sguardi, scomparendo insieme nel famigerato privé. Matteo Salvini d’altronde è diventato dialogante a tutto campo e ha sparigliato le carte con l’ormai famoso appello al cessate il fuoco che nessuno ha però davvero rilanciato.

Esistono però due Salvini: uno che promuove il dialogo a tutto campo e uno che agevola il ritorno alle urne in men che non si dica. C’è un Salvini di governo che sembra assecondare la linea Giorgetti, secondo il quale sarebbe letale rimanere fuori a lungo, soprattutto in un periodo denso di nomine importanti come questo, e un Salvini di lotta che veste i panni del capitano e punta a fare il condottiero del comitato referendario per il taglio dei parlamentari. Il passaggio della raccolta firme al Senato, dove manca un solo senatore, sembra cosa fatta. Se si dovessero indire le elezioni, certamente si tornerebbe però a votare con l’attuale sistema; una garanzia, il Rosatellum, per rieleggere una bella quota di parlamentari sotto le solide insegne leghiste. Alle inchieste aperte dalle procure sui voli di Stato nei confronti di Salvini, ieri si è aggiunta la conferma, da parte del Pg della Cassazione, del sequestro disposto dalla magistratura di Milano a carico del leghista Gianluca Savoini. Chi conosce il leader leghista può intuire quale accelerazione comportino le dinamiche togate. Le acque della maggioranza non sono meno agitate: ieri hanno visto scomparire tra le nebbie l’attesa verifica di governo. C’è stato invece l’ennesimo blitz romano di Beppe Grillo, alle prese con il caso Lannutti-PopBari e con il dissenso di Paragone.  I timori di perdere altri pezzi, in uscita verso la Lega, non sembrano infondati. “Sono l’antiemorragico”, scherza Grillo arrivando a Palazzo Madama. Chissà se basterà.

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