Aveva deciso di farla finita lanciandosi sotto un treno. Non aveva avuto il coraggio e si era comprato una pistola. Questo anni fa. La forza l’ha trovata nel carcere di Fuorni, nel salernitano, domenica sera. Giovanni Cirillo aveva 25 anni. È il settimo detenuto a togliersi la vita negli istituti di pena della Campania nel 2020: già uno in più del 2019, rispetto al quale sono aumentati anche scioperi della fame e atti di autolesionismo. Il conflitto, il dramma, la tragedia si trovavano tutti nelle canzoni di Jhonny – «sono solo uno dei tanti con il chiasso dentro, spesso fuori sorrido ma dentro ho l’inferno» – in mezzo all’autotune, alla drum machine, alla retorica delle “tipe” e delle Balenciaga. Era nato in Italia, da madre di origine senegalesi con problemi di tossicodipendenza. Abbandonato dopo il parto, era stato adottato da una famiglia di Scafati.

La pelle nera – raccontava in un’intervista a Cesena Today – era stata un problema fin dall’infanzia; era diventata emarginazione. E quindi l’alcol, la cocaina, il ricovero in una clinica e l’evasione, le prime avvisaglie di una tendenza suicida. «Munito di un coltello ho fatto una rapina in una gioielleria – ricordava – Dopo aver fatto razzia di tutto quello che avevo trovato sono fuggito in preda alle allucinazioni, ero fatto di cocaina. Con i Carabinieri alle calcagna mi sono arrampicato su un balcone e sono caduto. È stata una caduta tremenda, sono stato due giorni in coma». Era passato dall’ospedale al carcere ai domiciliari a una comunità a San Maurizio di Borghi. La Romagna lo aveva accolto e la musica lo aveva gratificato, dando un senso alla sua gioventù bruciata e un soprannome fastidioso: rapper della rapina. Lo scorso 9 gennaio di nuovo un arresto: rapina in una farmacia. Due settimane fa la revoca dei domiciliari, dai quali era evaso quattro volte. Il 20 luglio la condanna a quattro anni per rapina. Domenica 26 luglio il suicidio.

«La vittima richiedeva con forza il trasferimento in una struttura sanitaria destinata al trattamento di patologie psichiche», fa sapere il Garante dei detenuti della Campania Samuele Ciambriello. Problema endemico delle carceri all’inizio di luglio sollevato da due suicidi, nel giro di 48 ore, tra Poggioreale a Napoli e Santa Maria Capua Vetere. Alla carenza di personale – 17 psicologi, 23 psichiatri, 43 esperti – si aggiunge la quasi totale assenza in Campania di “articolazioni psichiatriche”: aree destinate a chi soffre di disturbi mentali. A Poggioreale 100 detenuti provenienti da istituti per la cura di patologie mentali vengono trattati come persone senza tali patologie. Il sostegno cui stava lavorando il carcere di Fuorni – autorizzati i colloqui – non ha scongiurato la tragedia. Si starebbe indagando anche sulla pista dell’istigazione al suicidio.

«Né la famiglia né la società possono fornire una risposta all’altezza – lamenta Ciambriello – slegandola da altri interventi che devono essere garantiti fuori dagli istituti penitenziari, e cioè sul territorio. Il tema della prevenzione dei suicidi non può essere ristretto alla riflessione e alla responsabilità solo di chi si trova a gestire il carcere. Ciò è pericoloso perché in seguito a tali estremi gesti siamo portati erroneamente a individuare dei colpevoli a tutti i costi e a ricercare responsabilità che molto spesso sono ‘allargate’. Bisogna integrare i protocolli di prevenzione del rischio suicidario, adeguandoli ai bisogni delle nuove utenze». A livello nazionale sono stati 32 i suicidi negli istituti italiani. Il 5 agosto al provveditorato Regionale si terrà una riunione su questa strage silenziosa nelle carceri.