USA
Musk e Cucinelli, estremi opposti uniti dal capitalismo. Leader a modo loro
Nel racconto corrente Brunello Cucinelli è il “monaco di Solomeo”, il visionario illuminato che predica il capitalismo umanistico, mentre Elon Musk è il tecnocrate iperbolico, quando non apertamente fascistoide, che gioca con razzi, algoritmi e social network. A guardarli da vicino, però, le rispettive società raccontano un’altra storia: business diversissimi, ma una medesima centralità del leader.
Musk e Cucinelli, estremi opposti uniti dal capitalismo
Nel caso di Cucinelli, il mercato ama la narrazione dell’impresa gentile, ma si regge su un’architettura di potere molto tradizionale. La maggioranza assoluta del capitale è concentrata nel trust familiare, che controlla direttamente la società e sfrutta il voto maggiorato previsto dal Testo unico della finanza: con una quota intorno alla metà delle azioni, in assemblea il fondatore pesa molto di più. La contendibilità è, in pratica, azzerata: la Brunello Cucinelli S.p.A. è quotata, ma nessuna Opa ostile avrebbe chance di successo. Anche la politica di remunerazione conferma questa gerarchia. Il Presidente esecutivo, Brunello Cucinelli, percepisce solo una componente fissa, senza bonus e senza stock option. Apparente eresia rispetto ai manuali di corporate governance, che da anni predicano l’allineamento tra compensi e risultati. Ma per un imprenditore che controlla stabilmente la maggioranza del capitale, la vera leva di incentivo non è il premio di fine anno: è la valorizzazione, o la distruzione, del proprio patrimonio. Il “re-filosofo” esce così dal perimetro dei meccanismi premiali che valgono per manager e dirigenti: il merito è per i sottoposti, il rischio di capitale resta in cima alla piramide.
La partita di Elon Musk
Musk gioca una partita diversa, ma speculare. In Tesla non ha la maggioranza, è un azionista “di minoranza”. Tuttavia, l’assetto proprietario diffuso e la debolezza dei contrappesi interni fanno del suo carisma il vero collante societario. Il maxi piano di stock option approvato nel 2018 – già duramente censurato dalla Corte del Delaware – prevede una remunerazione totalmente variabile, fatta di azioni e target di capitalizzazione. In teoria è il paradiso del pay for performance: Musk guadagna solo se Tesla vola. In pratica il sistema è talmente gigantesco da piegare la governance: il consiglio che dovrebbe negoziare con il CEO finisce per legittimare, più che controllare, le sue pretese. Così, mentre a Solomeo il leader si sottrae ai bonus perché già siede sul trono azionario, in California il leader chiede al mercato di ratificare, tranche dopo tranche, la propria ascesa patrimoniale. In un caso il potere si blinda nel diritto di voto maggiorato e in una maggioranza inattaccabile; nell’altro il potere si nutre dell’ossessione quotidiana per il prezzo del titolo e per i tweet che lo muovono.
Il risultato, per gli azionisti di minoranza, non è poi così distante. In entrambe le società il valore in Borsa incorpora in misura enorme la figura del fondatore: i loro gesti, le interviste, perfino le pause di riflessione valgono più di una trimestrale. Le quotate di Cucinelli e Musk non sono tanto “imprese sul mercato”, quanto estensioni finanziarie di una biografia carismatica. Si può preferire il tono pacato del sarto-umanista al sarcasmo brutale del signore dei razzi. Ma, quando si spengono le luci della narrazione, resta un dato nudo: dietro l’umanesimo di pietra di Solomeo e il futurismo della Silicon Valley, il capitalismo continua a parlare soprattutto con la voce di un solo uomo.
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